James Blackshaw

The Glass Bead Game

2009 (Young God) | fingerpicking, modern creative

James Blackshaw è uno dei nuovi giovani maestri del folk in forma libera, assieme a Harris Newman, Steffen Basho-Junghans, Davenport, Cam Deas e altri. La sua chitarra acustica a dodici corde ha così pennellato “Celeste” e “Sunshrine”, due capisaldi dell’american primitive per gli anni 2000, oltre ad aver ispirato esperimenti ambient-drone (“Lost Prayers And Motionless Dancers”, “Running To The Ghost”) e concerti disorientanti (“Cloud Collapses”, con cui rassomiglia all’evoluzione di John Fahey, e “The Elk With Jade Eyes”).

L’ultima arditezza, quella relativa all’implementazione di strumenti ad arco e piano minimalista in “Litany of Echoes” (2008), è la diretta referente del “Bead Game”. Blackshaw suona ormai sempre più orchestrale, al punto che “Cross” si configura come un vero e proprio concerto per chitarra e accompagnamento d’avanguardia, e un canone mistico che apre con arpeggio crepuscolare (il centro tonale) in alternanza ai sospiri degli archi che pian piano diventano scenografia di voci, tocchi e bordoni. “Fix” è un bagattella classicheggiante, un "allegretto" in mezzopiano con archi costernati in contrappunto mobile, ma che pure mantiene costante cadenza e tono.

 

Soprattutto, i 18 minuti di "Arc" flirtano con i lied post-romantici da camera, laddove l'attacca maestoso beethoveniano di piano e riverberi strumentali è volto infine a mantra celestiale, mentre per i restanti 15 minuti la piece cerca un equilibrio eroico, trascendentale e passionale tra caos composito e l'oceano di suono condotto dal piano e continuamente esplorato dall'ensemble da camera.

 

Se "Key", con l'ormai proverbiale 12 corde del chitarrista in bella evidenza, si accontenta di una taranta rallentata che mantiene una dinamica pacata (anche concentrandosi sulle sfumature dello spettro), “Bled” sta a due passi dal preludio-fuga Bach-iano, complice un fingerpicking più cadenzato e barocco, dal maggior respiro timbrico, e una nota tenuta liturgica che prelude a un'accelerazione folk dal doppio tema e dall'alto ritmo armonico.

 

Al debutto per una compagine di grido (la Young God del guru Michael Gira), il londinese Blackshaw (classe 1981) alza il tiro. L’impostazione è quella delle grandi occasioni: non solo improvvisa, stavolta pure dirige, carica gli accenti, arrangia altisonante (anche l'harmonium, oltre a piano e chitarra), attorniato da Joolie Wood al violino e John Contreras al violoncello (già nel giro di Current 93), Lavinia Blackwell ai vocalizzi. Il rischio della pomposità neo-classica è lo scotto da pagare, “Key” compreso, e la profondità sovrumana che ne deriva consegna l'opera tipicamente compromissoria, sovraccarica, in grado di svettare su più fronti. Titolo preso in prestito dall’ultimo romanzo di Herman Hesse (anche noto come “Magister Ludi”).

(16/05/2009)

  • Tracklist
  1. Cross
  2. Bled
  3. Fix
  4. Key
  5. Arc
James Blackshaw su OndaRock
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