Church

Untitled #23

2009 (Second Motion) | psychedelic-rock

L'ultimo album dei Church offre più chiavi di lettura critica, non solo per il prodotto discografico in sé, con tutte le sue valenze strettamente musicali, ma anche per il significato storico che assume nell'evoluzione del rapporto critica-artista.
L'ascolto del ventitreesimo disco della formazione australiana costringe il fruitore distratto al recupero delle loro ultime produzioni, per sincerarsi che ciò che si ascolta in "Untitled #23" sia il risultato di un percorso ben definito e non un inatteso colpo di coda del gruppo.

La riflessione scaturisce dall'occultamento critico subito dal gruppo dopo le dichiarazioni poco felici di Steve Kilbey, e dopo una serie di dischi interessanti ma troppo autoindulgenti.
La riluttanza della stampa verso il gruppo aveva prodotto l'inevitabile stroncatura di alcuni episodi di poco pregio e una disaffezione eccessiva, non stemperata neanche da alcuni album interessanti come "After Everything Now This" e "Uninvited, Like The Clouds", che rappresentano i vertici creativi dei nuovi Church, più maturi e soprattutto privi della superbia che ha bruciato i loro contemporanei, attratti dalla magniloquenza del successo (U2, Simple Minds).

Il mix di Paisley underground, space-rock, new wave inglese e scrittura raffinata ha garantito al gruppo trenta anni di carriera. I fan devoti non hanno mai smesso di venerare ogni loro uscita (anche i discutibili "Jammed" e "Parallel Universe"). E ora, con "Untitled #23", i Church sembrano tornati alla forma migliore. 
Il sound sembra immutato, anche se l'ascolto attento evidenzia che le atmosfere pinkfloydiane si sono evolute sulle tracce dei Galaxie 500 e degli Air, ma è l'elevata qualità delle composizioni che convince e coinvolge, è l'ottima struttura sonora che rende l'album rimarchevole.
La loro musica, oscura e ipnotica, non mostra i limiti temporali dei primi album (eccelsi ma a volte un po' datati): è un album malinconico e notturno, "Untitled #23", ricco di episodi intensi e personali.

"On Angel Street" si eleva non solo per i suoni minimali, ma anche per il testo vissuto e poetico. Il singolo "Pangaea" è, al contrario, un'autentica pop-song, solare, seducente e priva di toni epici.
Ogni brano mantiene caratteristiche peculiari: "Cobalt Blue" introduce piccoli accenni jazz-lounge tra le pieghe di sonorità space-rock, "Happenstance" riporta ai tempi di "Blurred Crusade", evidenziando la maturità raggiunta dai musicisti.
Elogio particolare per Tim Powles, che in un contesto melodico e raffinato sfoggia una potenza sonora alla John Bonham, che rende energici anche i momenti più lirici dell'album, come "Sunken Sun".

Tra i restanti episodi, "Space Saviour" e "Deadman's Hand" ribadiscono con gusto la buona verve del gruppo, mentre "Anchorage" innalza il climax dell'album con un incidere robusto di batteria, chitarre infuocate e riff psichedelici. L'intercalare sospeso della successiva "Lunar" annuncia un altro momento di gloria dell'album, ovvero "Operetta": una vera e propria elegia sonora con voci e strumenti che si rincorrono, una riuscita sinfonia rock che evita barocchismi, sfoggiando invece un lodevole e raffinato lirismo.

La band australiana, insomma, riafferma la propria abilità realizzando uno dei migliori album della propria intensa discografia. L'assoluta libertà in fase anche produttiva sembra aver dato al gruppo l'energia e la passione necessarie per ricatturare l'attenzione del pubblico: trent'anni di carriera non potevano essere festeggiati in modo migliore.

(15/07/2009)



  • Tracklist
  1. Cobalt Blue
  2. Deadman's Hand
  3. Pangaea
  4. Happenstance
  5. Space Saviour
  6. On Angel Street
  7. Sunken Sun
  8. Anchorage
  9. Lunar
  10. Operetta
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