Cymbals Eat Guitars

Why There Are Mountains

2009 (autoprod.) | alt-rock, avant-pop, noise-rock

Band di New York composta da Joseph Ferocious (voce, chitarra), Neil Berenholz (basso, voce), Daniel Baer (tastiere), e Matthew Miller (batteria, percussioni), i Cymbals debuttano con il full-length autoprodotto “Why There Are Mountains”.

Da un punto di vista artistico, l’opera al suo meglio incrocia lo shoegaze stratosferico di “Loveless”, le minisuite emozionali di “Perfect From Now On” e le cavalcate corali di “Funeral”. Evidentissima nella cristallina “Share”, la formula si dipana passando da cacofonie ambientali gravi a inni per ottoni avvolti da membrane di chitarre fluviali.
“And The Hazy Sea” è un lattice ancor più schizofrenico che ciondola tra sfuriata supersonica e sonata slowcore (con sfoggio di tecniche chitarristiche atmosferiche). Rispetto ai Built To Spill, i Cymbal Eat Guitars barattano l’originaria lamentazione di Doug Martsch con l’isteria collettiva. “What Dogs See”, senza alcuna parte di batteria, è una cantilena sognante avvolta da tocchi dissonanti che pian piano si coagulano in soundscape a mo’ di marea (e occasionalmente intona un motivo trionfale in lontananza).
Terzo poemetto art-rock dell’album è la conclusiva “Like Blood Does”, quasi espressionista. A partire da un recitativo voce-chitarra, la band imbastisce una personale idea di crescendo: la chitarra si sdoppia in glissandi liberi, quindi s’impenna e ospita tamburi tribali e archi storpiati; la piece che ne deriva perviene a un’accelerazione squilibrata e, infine, a un tifone dissonante. “Cold Spring” è invece un esercizio d’imitazione dei primi Modest Mouse.

Per contrasto, le rispettive introduzioni o appendici (“The Living North”, “Some Trees” e “Indiana”) acquistano un valore meramente propedeutico, egualmente spartito tra schizzi pop, noir-wave dai tempi fratturati e nuove lande shoegaze.
Il ruolo melodico è investito piuttosto da “Wind Phoenix”, una cantata gioviale (con xilofono) sottoposta a variazioni, marcette e timide semi-jam. Questa regione dell’album è discretamente inferiore alla prima.

E’ un disco sfavillante, che si fregia di un nobile uso del rumore, di strati e profluvi di suono (anche orchestrale, bandistico, cerimoniale), materico o aereo, a seconda dell’occasione. Non sempre coerente, un po’ alla rinfusa e pure appesantito da subdoli deja vu, sembra quasi preferirne il fascino teorico, quasi fosse una mappa costruita a tavolino; si muove consumando, ma più illudendo, il tempo dell’ascolto. Le sue movenze sono legnose nelle melodie e fluenti nelle cacofonie: paradosso, questo, calzante al punto da giustificarne l'esistenza stessa.

(26/03/2009)

  • Tracklist
  1. And the Hazy Sea
  2. Some Trees
  3. Indiana
  4. Cold Spring
  5. Share
  6. What Dogs See
  7. Wind Phoenix
  8. The Living North
  9. Like Blood Does
Cymbals Eat Guitars su OndaRock
Recensioni

CYMBALS EAT GUITARS

Pretty Years

(2016 - Sinderlyn)
La band di Staten Island al quarto disco accantona gli sperimentalismi per darsi un tono più "leggero" ..

CYMBALS EAT GUITARS

LOSE

(2014 - Barsuk Records)
Fra atteggiamento indie e ricerca della complessità, la band di D'Agostino non sbaglia un colpo ..

CYMBALS EAT GUITARS

Lenses Alien

(2011 - Memphis Industries)

L'opera seconda della band-sensazione dei newyorkesi D'Agostino e Cohen

Cymbals Eat Guitars on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.