Felice Brothers

Yonder Is The Clock

2009 (Team Love Records) | folk-rock

Prima suonavano nel mondo sotterraneo della metropolitana di New York. Poi sono riemersi alla luce del sole e si sono messi a fare dischi su dischi. Voci e chitarre, violini e fisarmoniche, tamburi e pianoforti. Country, folk, rock. Bei dischi. Quello dei Felice Brothers è il genere di musica che scatena negli appassionati una sorta di ansia da competizione enciclopedica con se stessi, una frenetica corsa all’avvistamento che col passare degli ascolti, se va bene, si trasforma in soddisfazione piena. "Yonder Is The Clock" è il loro terzo album da studio, il secondo per la label indipendente Team Love Records (fondata e diretta dal Bright Eyes Conor Oberst), e ne rappresenta un esempio perfetto. È che somigliano a quelle di un milione di altre band e cantanti, le canzoni dei tre fratelli Felice e dei loro amici d’infanzia Greg Farley e Christmas Clapton, eppure hanno il pregio di essere inequivocabilmente belle. Più o meno tutte. Non roba da poco.

Questi ragazzi cresciuti sulle Catskill Mountains, verdi e selvaggi altipiani a due ore e mezzo di macchina dalla Grande Mela, devono aver innanzitutto passato una vita ad ascoltare "Highway 61 Rivisited" e tutto il Bob Dylan elettrico almeno fino a "Desire", perché le tracce di His Bobness si trovano pressoché ovunque, in questo nuovo disco. Certo, non hanno scelto l’ultimo arrivato, come fonte di ispirazione, ma fin dal primo brano, "The Big Surprise", appare chiaro che qui non si tratta del debito che, più o meno apertamente, devono riconoscere nei confronti di Dylan quasi tutti coloro che da quarant’anni e più a questa parte abbiano avuto l’idea di suonare rock o folk e simili. No, la ballatona d’apertura è Dylan allo stato puro, e anche la voce di Ian Felice è strascicata e stridente come quella di Mr Zimmerman.

C’è giusto un po’ di ruggine in più, e gli fa parecchio comodo quando un paio di tracce più tardi si mette a fare Tom Waits nell’incubo in sordina di "Buried In Ice". Anche qui gli echi di Dylan, però, si fanno sentire, tra violini gitaneggianti e scalate di accordi degni di, che so, "Time Passes Slowly" o "Joey". Ma c’è dell’altro. Tanto nella scrittura visionaria, che pur prendendo strade mai banali a tratti non rinuncia a concedersi sortite scanzonate e molto esplicite - come nella divertente "Penn Station", o nella singhiozzante "Chicken Wire" - quanto negli arrangiamenti e nella stessa costruzione dei pezzi.

La bellissima "Ambulance Man", disillusa e scostante preghiera sulla morte, sarebbe stata benissimo in uno dei primi dischi dei Grant Lee Buffalo, e qui si percepisce vividamente quel che non si sarebbe mai detto, e cioè che il timbro della voce di Ian ricorda uno che all’apparenza dovrebbe abitare qualche galassia più in là, vale a dire l’inglese David Gray. Già, quel David Gray, e la somiglianza prende sempre più corpo, già fin dalla successiva Katie Dear. Non lo avresti mai detto, no, ma è così. Poi, qua e là, c’è ancora Waits, e Ben Harper, e il nome nuovo del folk-rock, Elvis Perkins, e c’è pure Dylan jr, l’ormai non più giovanissimo Jakob, però quello degli esordi di metà anni Novanta, con i Wallflowers. Il fantasma di Harper è chiamato in causa direttamente da un uptempo tutto minori introdotto dalla fisarmonica sgangherata di James Felice: è la sfilata di amenità raccontata in "Run Chicken Run", forse il pezzo più orecchiabile della tracklist, e non a caso scelto come primo singolo.

Poco più in là arriva l’altro piccolo gioiello del disco. Si tratta di "Boy From Lawrence County", ancora a tutto Dylan, dove tra vedove e ubriachi e taglie di chissà quanti dollari fa capolino anche il mito di Jesse James. Una malinconica western song che canta l’amicizia tra gli uomini e la crudele inevitabilità della giustizia ("Tell me judge/ what’s the bounty/ on that boy from Lawrence County?/ He’s a friend of mine"). Si chiude con la triste "Rise And Shine", ennesima ballata in cui l’amicizia è narrata nel momento della morte. Che a ben vedere rimane l’elemento maggiormente evocato in questo piccolo campionario della storia del folk-rock nordamericano che è "Yonder Is The Clock", come se i giorni passati dai fratelli Felice a suonare nella metropolitana di New York davanti all’umanità più varia, nel bene e nel male, del pianeta avessero regalato loro abbastanza disinganno da non poter fare altrimenti.

(30/07/2009)

  • Tracklist
  1. The Big Surprise
  2. Penn Station
  3. Buried in Ice
  4. Chicken Wire
  5. Ambulance Man
  6. Sailor Song
  7. Katie Dear
  8. Run Chicken Run
  9. All When We Were Young
  10. Boy from Lawrence County
  11. Memphis Flu
  12. Cooperstown
  13. Rise and Shine
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