Jarvis Cocker

Further Complications

2009 (Rough Trade) | art-pop

Chi è Jarvis Cocker? Un impostore? Un incapace? Un genio? Un inetto di successo? Un profeta? Un abile mistificatore del Nulla? Un poeta del pop? Un accademico del basso intrattenimento sottoculturale? Difficile, se non addirittura impossibile rispondere a queste assillanti domande. Il nuovo album, "Further Complications", prodotto per un paradosso davvero curioso della sorte, quasi un controsenso a pensarci, da Steve Albini (!?), sembra confermare l'"indecidibilità" di uno degli ultimi effettivi istrioni e indomabili fantasisti della musica pop britannica.

L'epopea irripetibile dei Pulp appare ormai quantomai lontana, quasi un ricordo appannato dal troppo tempo trascorso, e il disco omonimo dato alle stampe tre anni fa è stato un sincero divertimento, ma solo per pochi seguaci di comprovata fedeltà. Già allora era ad ogni modo emersa piuttosto distintamente la malsana predilezione del nostro per arditi quanto svagati vagabondaggi in giro per i più luccicanti musei del rock, saccheggiati con eleganza da ladro gentiluomo e mirabile equilibrismo. Cleptomania stilistica che nel complesso ritroviamo anche nel nuovo lavoro, resa però a tratti più appetibile da una maggiore varietà di commistioni e intrecci, ai limiti del travestitismo più spinto, per non dire parodistico.

Nella sostanza, Jarvis continua a divertirsi (e a divertire) nel disegnare baffi su Gioconde apparentemente intoccabili e sacre (e molto spesso quelle Gioconde sono ritratti dello stesso Jarvis Cocker di dieci anni fa) e a trasformare orinatoi in fontane apponendo una semplice firma, tanto da rendere pressoché invisibile se non del tutto inesistente il confine tra finzione e realtà, scherzo e verità, disperazione abissale e arguto motto di spirito. In questo risiede tutto il bello e tutto il brutto di un disco come "Further Complications", un'opera perfettamente bifronte, in bilico tra crassa pagliacciata ed esercizio di sottile onnipotenza inventiva, balla colossale e fragoroso elogio di una superiore intelligenza affabulatoria.

Come in una scatola di scherzi, all'interno si può trovare un po' di tutto, trucchi di ogni tipo, inganni più o meno belli, fine filologismo oxfordiano e battutacce etiliche da pub notturno, tenerezza e crudeltà. Ce n'è davvero molta di carne al fuoco e ognuno può rimettere insieme i tasselli disordinati seguendo il tracciato che più preferisce: dal mellifluo e glitterato disco-soul della fulgidissima "You're In My Eyes (Discosong)" (le canzoni di Cocker sono talmente furbe da autorecensirsi da sole rubandoti le definizioni di bocca e questo, va ricordato, sin dai tempi dorati dei Pulp!), fino al glam molleggiato di "Angela", passando per la new wave futuribile e strumentale di "Pilchard" e i capricci garage-beatlesiani di "Caucasian Blues" (in questo caso il titolo si diverte a mescolare le carte). E se "Fuckingsong" corteggia un'ipotesi lasciva di hard-rock priapeo del cazzo (letteralmente), "I Never Said I Was Deep" cerca di spiegare come la profondità sia soltanto un grande equivoco linguistico o forse una piacevole illusione amorosa (come tutto il resto), adagiandosi su scenari di illanguidito swing-jazz espezzoni di musical artigianale, prima che i sei minuti abbondanti di "Slush" si lascino inghiottire in una coltre di chitarre nebulizzate vagamente shoegaze (impressione rafforzata dal rimbombo pastoso e riverberante della batteria, in perfetto stile Jesus And Mary Chain) e cori da messa gregoriana.

Molto altro si potrebbe o dovrebbe osservare, il disco è praticamente percorribile in tutte le direzioni possibili, non esistono sensi unici, e forse ascoltandolo incontrerete l'ombra di David Bowie o l'ectoplasma ghignante di Lou Reed o forse ancora Elton John o Chris Isaak che tramano qualcosa di oscuro, avvolti in una sinistra penombra. Eppure il dubbio rimane: che Jarvis stia prendendo in giro noi? Oppure se stesso? La verità sembra ad ogni nuovo ascolto sottrarsi inesorabilmente, anzi, sembra moltiplicarsi in una miriade di instabili doppioni, in una labirintica festa della menzogna e della più sfrenata mistificazione, in cui tutto può essere tutto ma anche niente. E anche questa, bisogna pur ammetterlo, può spesso rivelarsi un'esperienza piacevole e decisamente molto istruttiva.

(04/06/2009)

  • Tracklist
  1. Further Complications
  2. Angela
  3. Pilchard
  4. Leftovers
  5. I Never Said I Was Deep
  6. Homewrecker
  7. Hold Still
  8. Fuckingsong
  9. Caucasian Blues
  10. Slush
  11. You're In My Eyes (Discosong)
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