Juliette Lewis

Terra Incognita

2009 (The End Records) | rock

Juliette Lewis è una di quegli artisti perennemente in tour. Se ogni tanto avete buttato l'occhio al suo Twitter, vi siete resi conto di quanto poco si sia fermata dalla pubblicazione del suo primo disco, cioè dal 2005.
Eppure è riuscita a trovare il tempo per prendere le distanze dalla Hassle Records e accasarsi con la The End, dare finalmente il benservito ai “The Licks” (gruppo tecnicamente mediocre e musicalmente insulso), comporre questo nuovo disco in solitudine e pubblicarlo esclusivamente con il suo nome.

Non è sicuramente un caso che il titolo dell'album sia “Terra Incognita”: praticamente senza i suoi soliti compari di palco, con una nuova etichetta da soddisfare, un nuovo produttore (grazie al Cielo!) con cui lavorare, è ovvio che la Lewis si ritrovi spaesata in un territorio arido dove strani giochi di luce riescono a far sembrare anche il più colorato dei colibrì un minaccioso corvaccio.
In questo squarcio desertico, Juliette rimane immobile e si affida totalmente alla magia che il produttore di turno (questa volta niente meno che Omar Rodriguez-Lopez) riesce a creare.
Con Rodriguez-Lopez, finalmente la Lewis può beneficiare di un suono deciso, corposo, sanguigno e di un gruppo tecnicamente valido per crearlo e supportarlo. Purtroppo questo non basta a risollevare le sorti di brani che hanno poco carattere e poca storia.

Il disco si apre benissimo con “Intro”, brano ampiamente evocativo in cui la chitarra richiama immediatamente la nostra attenzione e la voce filtrata della Lewis inizia a raccontarci l'affascinante storia di un omicidio. È tutto perfetto: la tensione che ci coinvolge, lo sbigottimento che ci ammalia. Vogliamo che tutto il disco sia così e vogliamo sapere come andrà a finire la vicenda. Attese disilluse nel momento in cui la storia si sviluppa in “Noche Sin Fin”.
Interessante “Hard Lovin' Woman”, un blues secco e gracchiante al quale la Lewis non riesce a dare lo spessore che il brano richiede: riecheggiano gli insegnamenti di Janis Joplin, ma certe vette si intravedono solamente in lontananza.
Bella la trascinante “Fantasy Bar”, forse perché non ha molte pretese se non quella di essere orecchiabile quanto basta per passaggi radiofonici.
Insomma, “Terra Incognita” racchiude alcuni brani non male.

Allora cosa fa di un disco di Juliette Lewis un disco che non è un bel disco? Forse il nome. Forse sono vittima del pregiudizio: forse un'attrice che è stata candidata all'Oscar, al Golden Globe, all'Emmy, a una marea di altri premi e che ne ha ricevuti tantissimi compreso il Pasinetti alla Mostra del Cinema di Venezia non può essere una cantante e una compositrice degna di nota. Allora ascolto di nuovo il disco e mi accorgo che, anche se chiudo gli occhi e mi sforzo di non pensare a lei come a Juliette Lewis, questo disco continua a non entusiasmarmi.
La verità è che ai dischi di Juliette Lewis manca qualcosa. Ai dischi di Juliette Lewis manca l'Ispirazione, a Juliette Lewis manca una Musa e cerca una guida nei produttori che fanno quel che possono. Eppure la Lewis potrebbe essere in qualche modo sulla buona strada perché “Ghost”, anche se potrebbe essere migliorata soprattutto nella parte iniziale, è una canzone d'odio che riprende le atmosfere cupe di “Intro” e in qualche modo ricorda “Subway Song” e per cantare parole d'odio tali, Juliette con qualcuno deve pur avercela. Cosa manca allora agli altri brani? La Musa. Anche se è una Musa cattiva. Oppure una Musa divina: in fondo anche “All Is For God” ci fa domandare: “Ma perché non sono così anche le altre tracce?”
Poi capiamo che Omar Rodriguez-Lopez fa un buon lavoro (in alcuni brani migliore che in altri: per “Uh Huh” probabilmente si era preso un giorno libero), ma la Lewis non riesce a esaltarlo al meglio.

È ovvio che dopo la spavalderia di “You're Speaking My Language” (dal quale salivamo ben poco, soprattutto il ritornello di “Got Love to Kill” che è stato più intelligente della stagione: “Hey hey, oh oh – Hey hey, oh oh oh – Hey hey, oh oh oh, oh aw”) e la leggerezza di “Four On The Floor” (disco utile solo a contenere “Inside The Cage” alla quale ho assegnato il premio “Canzone in loop 2006”, album brutto quasi quanto la sua copertina, peggiorato se possibile dalla produzione di un musicista incapace come Dave Grohl), non ci si aspettasse molto da questo terzo disco e non molto è quello che ci si ritrova ad ascoltare. Juliette Lewis è forse troppo abituata a lasciarsi dirigere dagli altri e quello che emerge dai dischi è proprio la mancanza di un percorso e una maturazione strettamente personale.

Se Juliette non tocca apici in studio, la sua energia esplode sul palco. A Milano nella seconda metà di novembre. Ho già il biglietto. Ora pubblico questa recensione e vado a incatenarmi alle transenne. Magari segnatevi di portarmi un po' d'acqua e un panino. Grazie.

(27/08/2009)

  • Tracklist
  1. Intro
  2. Noche Sin Fin
  3. Terra Incognita
  4. Hard Lovin’ Woman
  5. Fantasy Bar
  6. Romeo
  7. Ghost
  8. All Is For God
  9. Female Persecution
  10. Uh Huh
  11. Junkyard Heart
  12. Suicide Dive Bombers
Juliette Lewis on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.