Mos Def

The Ecstatic

2009 (Downtown) | hip-hop, rap, funk

In pochi avrebbero scommesso su un ritorno a buoni livelli di Mos Def dopo il mezzo passo falso di “True Magic” (2006). Anche fra noi ammiratori della prima ora cominciava a serpeggiare un po’ di scetticismo. A trentasei anni suonati e con una parallela carriera d’attore cinematografico ad assorbirlo a tempo pieno, oltre che regalargli non poche soddisfazioni (ricordiamo i ruoli da protagonista in “Solo due ore”, al fianco di Bruce Willis, “Be Kind Rewind – Gli Acchiappafilm”di Michel Gondry, fino al recentissimo “Cadillac Records”, in cui interpreta sua maestà Chuck Berry, niente meno), la fase declinante della sua atipica parabola di rapper intellettuale e cosmopolita sembrava già cominciata. Invece l’artista originario della Native Tongue Posse, accompagnato da un manipolo di produttori all’altezza della situazione (Madlib, The Neptunes, oltre a un pezzo dell’immancabile J Dilla che, parafrasando Fabri Fibra, “fa più canzoni lui da morto che io da vivo” ) rispolvera le sue notevoli qualità d’interprete, autore e musicista completo, in un album che, se non è propriamente “estatico” come promette il titolo, è senz’altro una ripresa piuttosto riuscita dello stile che lo rese grande ai tempi di “Black On Both Sides” e “The New Danger”.

Ricco di rimandi sia musicali che testuali alla “nuova frontiera” islamica dell’America di fine decennio (un argomento che a lui, musulmano convertito a meno di vent’anni, sta ovviamente a cuore come testimonia l’incipit affidato a un discorso di Malcom X che invita a elevare la disputa razziale a guerra contro la povertà fisica e morale della nazione), “The Estatic” è un disco dall’impianto ritmico sobrio e minimale, che si appoggia all’hip-hop tradizionale costa est per declinarlo in un modus - ora elettronico, ora strumentale - elegante, progressivo e sfaccettato di rock, funk, affluenze latine, mediorientali, pop (i numeri cantati abbondano) e neo-soul.
Se l’intro energica e chitarristica di “Supermagic” ci riporta alle atmosfere tese e promiscue di “The New Danger”, “Twilite Speedball” ha un incedere caustico e street da manuale (fiati slabbrati, archi cupi, rintocchi taglienti), “Auditorium”, su una vena black orchestrale anni 70, è un anthem fulminante in cui è incastonata la strofa gioiello di Slick Rick, indimenticato e “occhio-bendato” eroe della old-old-school, “Wahid”, una contrastata danza dei veli, “Quiet Dog Bite Hard” fa calare sul preludio condottiero di Fela Kuti una gragnola tribale e tambureggiante, sorretta dal basso e dalle percussioni e propulsa dal flow giocoliere.

Piazzato grosso modo a metà, il singolone “Life In Marvelous Time” è, invece, da classificare fra gli episodi meno riusciti: rap da arena fin troppo pompato, dal suono “rocky” e mainstream. Poi, in sequenza, le esotiche “The Embassy”, basso formicolante e melodia salmodiante, e “No Hay Nada Mas”, rilascio afro-cubano, aprono adeguatamente la strada all’impatto strumentale (funk-rock screziato di psichedelia) di “Pretty Danger”. E il piatto è ancora ricco e saporito con l’inciso reggae di “Workers Comp.” e “Revelations”, sospesa fra danza di guerra da “mille e una notte” e tentazioni alt-rap, anche se a fare di nuovo la differenza è la trilogia finale: “Roses”, preghiera nu-soul dal sapore antico e poetico condivisa con la splendida voce di George Anne Muldrow, e “History”, taglio oldschool classico e torrenziale che lo ricongiunge all’antico gemello Talib Kweli (ai tempi dell’album a denominazione Black Star), dove i due rivendicano e ripercorrono, appunto, la loro storia comune, e “Casa Bey”, p-funk tumultuoso (fiati e synth sul binario del basso e della batteria) suonato, rappato e cantato in forma smagliante.

(23/07/2009)

  • Tracklist
  1. Supermagic
  2. Twilite Superball
  3. Auditorium
  4. Wahid
  5. Priority
  6. Quiet Dog Bite Hard
  7. Life In Marvelous Time
  8. The Embassy
  9. No Hay Nada Mas
  10. Pistola
  11. Pretty Dancer
  12. Workers Comp.
  13. Revelations
  14. Roses
  15. History
  16. Casa bey
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