Jim O' Rourke

The Visitor

2009 (Drag City) | post-folk, repetitive music

I primi 9 minuti parrebbero un omaggio non a John Fahey ma alla sua ossessione per John Fahey, tuttavia finiscono per suonare come una rilettura dell'ultimo Blackshaw, quello stucchevole di "Litany Of Echoes". Verso minuto 12 (fino al minuto 14 più o meno) il riscatto. Qui un libidinoso intreccio piano-hammond disegna una melodia pregna di sapori malinconici da focolare-americano-nella-bella-fattoria, e comunque degno delle migliori cose della coppia Garth Hudson/Richard Manuel. E' indubbiamente è la cosa più bella del disco.
Al minuto 15 entrano in gioco memorie dell'O'Rourke isolazionista. Strutture circolari di fingerpicking sono sottese da un drone strisciante in saliscendi di climax e anticlimax.

Dal minuto 18 al minuto 26, O'Rourke è orgoglioso di farci sapere che, se vuole, può essere il Van Dyke Parks di questi anni, e come un direttore d'orchestra invasato e solitario (in effetti, suona tutto da solo), tira giù un suono rigoglioso di arrangiamenti, seppur minimale nelle strutture. Figure di repetitive music (mi vendono i mente i "Modi" di Piero Milesi) sono costruite a partire dall'intreccio di melodie di banjo e chitarra e dall'insistere metronomico di un pattern percussivo.
Dal minuto 27 al minuto 31 il pianoforte diventa protagonista con una melodia dilatatissima su cui s'inerpicano dissolvenze acustiche piuttosto scontate.
Nei dintorni del minuto 31 si scatena un ritmo trascinante - esuberante e loungey quasi come uno standard di Bacharach- fino alla dissolvenza malinconia degli ultimi 3 minuti, ancora con il piano protagonista.


Vorrei dire che il ritorno di Jim "ex-prezzemolino" O'Rourke, sostanzialmente dopo ben 8 anni di iato, è una cosa seria, considerando lo spessore del personaggio. Ed effettivamente lo è.
Vorrei dire che "The Visitor" è un disco intelligente, con le sue architetture elaborate e i riferimenti più disparati che emergono a ogni ascolto.
Vorrei dire che un disco così ambizioso, che in sostanza si presenta come un'enciclopedia di 50 anni di folk americano in 38 minuti, solo Jim O'Rourke poteva pensare di farlo. Forse è vero.
Vorrei dire infine che il disco non delude le attese.
Invece no. "The Visitor" si fregia di architetture complesse, ma fondamentalmente bolse, pesanti, monotone, irrisolte, e ti lascia un'impressione di vaghezza, di qualcosa di già sentito ma rielaborato in un contesto inadatto (è un po' come sentire i Beatles al supermercato), di suoni messi li un po' alla rinfusa. Nonostante appaia tutto calcolato al millesimo. 

E' poi è piuttosto furbetto e piacione - cavoli e come si fa a criticare O'Rourke dopo che ti ha spiattellato in un unico pezzo John Fahey, David Crosby, Joni Mitchell, Van Dyke Parks... - Per carità nessun pregiudizio verso i dischi furbetti e piacioni, qui però il suono finisce per cuocere nel brodo del suo enciclopedismo, non andando oltre la mera citazione a macchia di leopardo. Fosse almeno divertente come Tarantino.
Non ci siamo. E non è questione di mestiere, purtroppo. E' qualcosa di più pernicioso. E' mancanza di idee travestita da prosopopea intellettuale.
Vabbè, in definitiva l'O'Rourke di "The Visiror" a me ha cullato e disteso come possono cullare e distendere certi dischi di tardo minimalismo in odor di new age. E un O'Rourke del genere è un O'Rourke sostanzialmente noioso. Qui è quanto, altrove si aprano pure le celebrazioni.

(10/09/2009)

  • Tracklist
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