Pearl Jam

Backspacer

2009 (Universal) | rock, grunge

I Pearl Jam sono un gruppo vecchio. Anzi, per vecchi. Come direbbe Cormac McCarthy. Vecchi ragazzi (degli anni 90), s'intende. Ma pur sempre invecchiati. E mica tanto bene. Neppure male. Così così, diciamo. Anche per questo, oltre che per un fisiologico calo dell'ispirazione dopo quasi vent'anni di militanza, i loro ultimi lavori palesano uno standard abbastanza immobilistico, manierato, conservatore. Perché hanno principalmente due motivi d'essere: ospitare i vecchi fan alloggiandoli in sonorità datate e rassicuranti e immettere nuovo carburante da incendiare nel motore inesausto delle loro tournée mondiali, dimensione nella quale il gruppo riesce ancora a dare il meglio di se, giustificando nel tempo la propria costanza e linearità.

"Backspacer", infatti, denota una certa continuità rispetto all'approccio teso, ruvido e diretto del predecessore (l'omonimo con l'avocado in copertina) ma, smaltita per loro stessa ammissione la sbornia d'indignazione civile contro l'amministrazione Bush, i toni si fanno meno accesi e vibranti, le gradazioni più soft, l'umore generale più disteso ed edonista. Rock classico con qualche escrudescenza punk, qualche anabolizzazione hard, la solita innata predisposizione al pathos e alla melodia, qualche episodio cantautorale, questo suonano i Pearl Jam ormai da tanto, troppo tempo.

E così suona anche "Backspacer" che ha di apprezzabile i pochi fronzoli del formato (dall'altro lato del vetro insonorizzato torna Brendan O'Brien), la velocità d'esecuzione, l'entusiasmo forse un po' ingenuo ma genuino di Vedder & soci, ma che, al di là del grande mestiere e di qualche scampolo d'innegabile pregio, fa decisamente rimpiangere sia il sopracitato "Pearl Jam" (2006), un album che non ha messo d'accordo pubblico e critica sebbene, a insindacabile giudizio di chi scrive, resti l'unico, in questo decennio, a laurearsi con un'abbondante sufficienza, sia il riuscitissimo intermezzo solista del front-man col pluripremiato "Into The Wild" (2007).

L'opener "Gonna See My Friends" con quel riff stentoreo e familiare, che fa molto Chuck Berry via Sex Pistols, è una botta street-rock, magari un po' triviale ma piacevolmente adrenalinica. La voglia c'è anche se il passo non è più quello d'una volta e persino l'inattaccabile voce di Vedder qua e là annaspa. Poi anche "Got Some", "Johnny Guitar" e "Supersonic" insistono e sviluppano, con risultati non proprio esaltanti, quest'ebbrezza rock'n'roll un po' da "American graffiti". Sempre meglio di "The Fixer", comunque, spuntatissimo singolo di punta con non meglio identificate (e ancor peggio assimilate) fregole sintetiche vagamente new wave (!?).

La scrittura si risolleva quando la palla torna di nuovo tra le mani di Vedder che pennella due acquerelli acustici (voce, chitarra e archi appena palpabili che germogliano in sottofondo) niente male - la bucolica "Just Breathe" e la sofferta "The End", che risentono non poco dell'ispirazione di "Into The Wild" (e inducono maliziosamente a pensare: no, davvero, se le cose stanno così, chi ha bisogno degli altri quattro?) - e in quelle di McCready con la fluente vena soft-rock di "Force Of Nature". Per il resto, niente di nuovo sul fronte occidentale: "Amongst The Waves" e "Unthought" sono strade che gli abbiamo già visto percorrere e che difficilmente li porteranno da qualche altra parte, mentre "Speed Of Sound", un accorato mid-tempo col piano e l'organo in evidenza e le chitarre in sordina, punta (quasi) tutto sullo charme dolente e carezzevole del cantato.

E ora che si sono tolti questo peso, tutti in sella agli strumenti per il tour che li vedrà protagonisti a partire da ottobre. Sperando che, nel 2010, si ricordino anche di noi vecchi ragazzi del paese per vecchi per eccellenza e facciano un salto a trovarci.

(21/09/2009)

  • Tracklist
  1. Gonna See Some Friends
  2. Got Some
  3. The Fixer
  4. Johnny Guitar
  5. Just Breathe
  6. Amongst The Waves
  7. Unthought Known
  8. Supersonic
  9. Speed Of Sound
  10. Force Of Nature
  11. The End
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