"Amor Vincit Omnia" è un album pacchiano come pochi e su questo voglio essere molto chiaro da subito. Ascoltatelo, a vostro rischio e pericolo, solo se dotati di un discreto gusto del kitsch. E soprattutto, non venite poi a farmi la morale o a reclamare che non avevo avvertito!
Bene, incominciamo. Dall'elemento che colpisce per primo: il suono. Tamarro fino a risultare rozzo, a un ascolto attento si rivela mirabilmente organico - una sorta di alternative metal riprocessato, digitalizzato e condotto a un passo dagli ultimi Bloc Party (o dagli Eurythmics, o dai Killers più tunz-tunz). Dunque chitarroni filtrati, riverbero a mille, beat zeppeliniani martoriati da Pro Tools fino a trasformarli in carrarmati dance.
La formula risultante ricorda immediatamente i Muse, ma raggiunge un nuovo stadio di potenza dei groove, eclettismo della formula e - forse - perfino appeal pop.
Metabolizzato lo stupore del connubio synth/metal, emerge il secondo tratto peculiare: l'originalità canora. "Amor Vincit Omnia" è un tripudio di armonie vocali - o meglio, di melodie multiple. Gran parte dei brani prevede più linee melodiche ingaggiate in continui giochi di sovrapposizione-intersezione. Tra accordi vocali e botta-e-risposta M/F, si svela una vicinanza insospettabile coi grandi del prog-pop corale degli ultimi anni (Anathallo, The Most Serene Republic). Molti pezzi, però, si spingono anche oltre, allestendo architetture in cui è impossibile distinguere linee principali e linee secondarie: vocoder, loop melodici e cantato marsvoltiano si mescolano, in un'estastasi che - sparandola un po' grossa - ha perfino qualcosa in comune perfino col minimalismo di Glass e Reich.
Questa osservazione conduce al terzo e più sibillino degli aspetti che rendono quest'album unico nel suo genere: la costruzione delle canzoni. Quelle di "Amor Vincit Omnia" sono suite progressive aggiornate all'era del DJing: un flusso continuo di ritmi e temi che si sovrappongono parzialmente ed evolvono in simbiosi reciproca. Gli atomi che generano i pezzi non sono micro-brani a sé, ma frammenti ritmici, vocali, strumentali posizionati su orbite diverse; le transizioni non sono allora nette, ma come in un DJ-set avvengono per progressiva scomparsa di un loop ed emersione di un altro.
Accade così che le canzoni siano un prodigio di linerità e ciclicità, dinamismo e stagnazione. Ma che lo scrivo a fare: tanto non ve ne piacerà una!
I Pure Reason Revolution sono un quartetto londinese. Il loro primo album, "The Dark Third", aveva sedotto gli amanti del prog con una commistione di Pink Floyd e alternative rock, di stampo Porcupine Tree. Questo secondo lavoro segna dunque un cambio di rotta, coraggioso e inaspettato.
(09/11/2009)


