Sophia

There Are No Goodbyes

2009 (City Slang) | songwriter, pop-rock

Una stanza vuota. Il silenzio degli oggetti. L’ombra lasciata dai vecchi quadri un tempo appesi alle pareti. “Possiamo andarcene, ma i muri restano”, riflette Robin Proper-Sheppard descrivendo l’immagine di copertina della sua nuova fatica a nome Sophia. “Andiamo e veniamo, ma le cose rimangono al loro posto. Tutto ciò che ci lasciamo alle spalle sono le ombre in una casa che una volta esisteva per noi e che ora esiste a prescindere da noi”. Forse è proprio questa la parte più intollerabile degli addii: che quella realtà che sentiamo essere fatta per noi possa continuare ad esistere anche quando viene sottratta al nostro sguardo.
“There Are No Goodbyes” è un disco intriso del romanticismo doloroso degli addii, l’ultima carezza al chiudersi delle porte di un treno. “Amo gli adii nelle stazioni. Mi mancano i baci d’addio. È sempre meglio con un bacio, anche se è un triste bacio d’addio…”.

Dopo l’ambizioso “Technology Won’t Save Us”, Proper-Sheppard sembra voler recuperare l’anima più intimamente acustica dei Sophia, senza tuttavia rinunciare alla direzione pop intrapresa a partire da “People Are Like Seasons”. “È un disco triste”, afferma, “se possibile il più cupo che abbia mai realizzato”. Difficile credergli, vista la vertiginosa sofferenza che animava i primi dischi pubblicati sotto l’egida dei Sophia dopo lo scioglimento dei God Machine. Ed in effetti, “There Are No Goodbyes” non riesce a dissipare fino in fondo i dubbi lasciati dal precedente lavoro del songwriter americano.
Enfatizzata dalla batteria di Jeff Townsin, la title track introduce l’album con il piglio melodico di Greg Dulli, aprendo la strada a classiche ballate alla Joseph Arthur come “Storm Clouds” e “Obvious”. Il rock a presa rapida di “A Last Dance (To Sad Eyes)” rimane fortunatamente un episodio isolato: quando si fa strada la spoglia nudità in chiaroscuro di “Dreaming”, il disco sembra ritrovare il vero spessore dei Sophia.

È un senso di solitudine tormentata ad avvolgere i brani di “There Are No Goodbyes”, a partire dalla seduta psicanalitica di “Something”, con la voce della cantautrice scozzese Astrid Williamson a fare eco a quella di Proper-Sheppard tra archi e pianoforte: “I’m jealous / And possessive / Neurotic, insecure and obsessive”. Una malinconica pedal steel intesse “Signs”, mentre il timbro dalle sfumature amare di “Leaving” scava impietoso nelle pieghe del dissolversi di una relazione, andando al cuore di un bisogno di unità tradito: “I thought you were a fighter / But in the end I guess you lost your faith in me / But I don’t blame you for leaving”.
Proper-Sheppard non tenta di nascondersi: “ho sofferto a scrivere queste canzoni”, ammette. “Soffro ancora quando le ascolto. La verità è che soffro ancora a vivere queste canzoni”. Il confine tra sincerità e stereotipo rischia però di farsi labile quando i suoi versi si prestano a confessioni dal sapore di diario adolescenziale come quelle di “Heartache” (“I thought I knew heartache / I thought I knew heartbreak / But I’ve never known anything like this before”). Eppure, l’epilogo dai tratti cameristici di “Portugal” (merito come in passato degli arrangiamenti d’archi di Calina De La Mare) lascia intravedere una nota di speranza: “It’s never too late to change”.

Alla fine, come già era accaduto per “Technology Won’t Save Us”, il nuovo disco fatica a reggere il confronto con il cd aggiunto come bonus alla prima edizione dell’album, che in questo caso raccoglie una serie di riletture per chitarra acustica e quartetto d’archi offerte sul palco dai Sophia nei mesi scorsi (“The Valentine’s Day Session”).
La sensazione è che i brani di “There Are No Goodbyes” si fermino in più di un’occasione al livello emotivo maggiormente immediato. E quasi mai la via più facile per arrivare al cuore è anche quella capace di raggiungerlo davvero nel profondo.

(04/05/2009)

  • Tracklist
1. There Are No Goodbyes
2. A Last Dance (To Sad Eyes)
3. Storm Clouds
4. Dreaming
5. Obvious
6. Something
7. Signs
8.
Heartache
9. Leaving
10. Portugal
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