David Sylvian

Manafon

2009 (SamadhiSound) | avant-garde, songwriter

Qualcuno si chiederà come affrontare l'ascolto del nuovo progetto di David Sylvian e quali considerazioni siano possibili per un'opera che nasce con pretesti culturali così forti e intensi, soprattutto dopo che l'ambigua bellezza di "Blemish" non aveva annullato le perplessità di alcuni suoi estimatori. Quello che David aveva realizzato col precedente album non solo mostrava una volontà di liberarsi del passato, ma era un ponte sonoro perfetto tra ciò che era stato e ciò che era di lì a venire, ovvero, quello che oggi è "Manafon".
Il fiume di parole che sta accompagnando questo nuovo progetto non è solo quello dei comunicati stampa, ma sgorga spontaneo, nei forum i fan di David Sylvian esibiscono un lessico forbito e passionale, nel tentativo non facile di descrivere l'isolamento emotivo che comunica "Manafon".
Tormento, passione, ansia, sconcerto sono solo alcune delle innumerevoli sensazioni con le quali viene raccontato, ma oltre l'estenuante gioco del dar senso a tutto, cosa realmente resta?

Il percorso artistico di David Sylvian non è più quello di un ragazzo sedotto dalle bambole newyorkesi, né quello del poeta romantico innamorato della disco-dance europea, resta ben poco anche della contaminazione nipponica, del fascino del ritmo sottile che incantò anche i duri di cuore.
L'evoluzione senza schemi genera la prima vera rivoluzione nel portfolio sonoro di Sylvian, radicalizzando ancor più dei suoi maestri la scrittura d'insieme, infatti, né David Bowie, né Brian Eno hanno osato tanto, solo Scott Walker col suo capolavoro "Tilt" aveva infranto le regole.
La nuova struttura sonora appartiene più al jazz e all'avanguardia che al rock sperimentale o all'ambient più colto, i musicisti sembrano concentrati sull'impossibile costruzione di un indefinibile e basilare suono dagli infiniti spazi vuoti, spazi dove qualsiasi suono diventa protagonista insieme al canto sempre elegiaco dell'artista.

"Small Metal Gods" non è solo il brano d'apertura di "Manafon" ma è anche il manifesto della nuova forza vocale di Sylvian, toni da tenore e un delicato vibrato descrivono con intensità la perdita della fede, mentre eleganti note e provocazioni elettroniche sottolineano il tormento intellettuale con estrema lucidità e senza emozioni.
Sylvian sembra voler lambire il suo nadir sonoro, costringendo l'ascoltatore ad avventurosi cambi di umore che non bramano approvazione né stupore, la stasi emotiva diventa la vera centralità dell'album, ma essa nasconde raffinate trame di romanticismo viscerale che scuotono i sensi.
Non è raro che corriate ai ripari immergendovi nell'ascolto di suoni vivaci e solari nel tentativo inutile di scrollare il vuoto che "Manafon" evoca, ma l'album non è solo un gustoso gioco intellettuale, Sylvian stravolge i ruoli, destinando alla voce tutta la forza armonica dei brani, essa diventa così strumento principale, unica depositaria delle dolorose verità che i testi svelano senza apparente angoscia, mentre la paura gela le emozioni.
La musica rimpiazza il canto, il conforto e la carezza vengono, infatti, dalle sparute note che i musicisti elaborano evitando di contaminare la voce.

Percepire le diversità nei brani è arduo e pretestuoso, ma dopo alcuni ascolti il suono monolitico si sgretola e mostra discordanze prima impercettibili.
"The Rabbit Skinner" si agita su frammenti di jazz estremo e noise dalle connotazioni futuriste, le turbolenze sonore di Christian Fennesz e Evan Parker duettano col languore del piano e del violoncello, la voce di Sylvian è ricca di armonie seducenti che sfuggono alle metriche del suono, anticipandone o inseguendone le evoluzioni.
"The Greatest Living Englishman" è il fulcro della nuova veste sonora dell'artista, i quattro musicisti giapponesi Akiyama, Sachiko, Nakamura e Yoshihide estraggono dalle intuizioni di John Cage rumori e modernismi che soffocano ogni possibilità di redenzione, il canto privo di speranza onora il suicidio come unica alternativa al decadimento morale.
"Emily Dickinson" e "The Department Of Dead Letters" ristrutturano il tono armonico con fluenti suoni di piano e vibranti improvvisazioni di sax soprano, mentre la leggerezza melodica (?) di "Random Acts Of Senseless Violence" si adagia sul tappeto sonoro più aspro, consolidando la sensazione che l'autore voglia evitare una eccessiva partecipazione emotiva dell'ascoltatore.

L'unica traccia che non esaspera la tensione emotiva è "Snow White in Appalachian", la voce si distende sicura mentre il finale apre uno spiraglio di luce in un fronte sonoro ormai catartico, così David Sylvian consegna al pubblico uno dei suoi brani più intensi di sempre, una costruzione lirica che difficilmente dimenticherete.
"Manafon" si chiude con l'intro strumentale più lungo, la voce resta in attesa, il timore di annullare ogni speranza s'infrange su suoni sempre più solitari che perdono ogni contatto col canto ormai disarmonico e sfuggente, la figura del poeta Gallese R.S. Thomas, altrove evocata, qui diventa soggetto-oggetto centrale, quasi una proiezione morale dell'artista che sembra perdersi tra le ambiguità e le lucide intuizioni dello scrittore.
Quello che è evidente è che l'improvvisazione e l'imprevedibilità, due peculiarità che sembravano aliene al patrimonio sonoro dell'autore, sono invece le reali protagoniste di questo incantevole album.

Ho lasciato "125 Spheres" in coda, perché nella celebrazione inevitabile dell'assoluta integrità artistica di David Sylvian, è anche il brano che sottolinea l'unica perplessità che mi accompagna nell'ascolto, laddove la musica mostra una palese innovazione, si annota una minor evoluzione del canto, il tono scivola nel monocorde celando le pregevoli soluzioni strumentali, un piccolo eccesso di narcisismo che possiamo comunque perdonare a un'artista ancora geniale e innovativo, ma non sottolinearlo sarebbe come camuffare le stesse verità che "Manafon" vuole svelarci.

P.S. La limited edition (sold out) include un dvd, "Amplified Gestures", l'esigua reperibilità del quale induce a non approfondirne l'analisi.

(20/09/2009)



  • Tracklist
  1. Small Metal Gods
  2. The Rabbit Skinner
  3. Random Acts of Senseless Violence
  4. The Greatest Living Englishman
  5. 125 Spheres
  6. Snow White in Appalachia
  7. Emily Dickinson
  8. The Department of Dead Letters
  9. Manafon
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