Weezer

Raditude

2009 (Interscope) | pop, rock

Dopo le buone vendite (a fronte di una qualità musicale non certo brillantissima, ad essere onesti...) del precedente omonimo “Weezer” (subito ribattezzato “Red Album” per via della copertina, in scia con il leggendario “Blue” del 1994, doppiato nel 2001 dal “Green”), la band losangelina, capitanata da Rivers Cuomo, ha senz’altro potuto contare su una ritrovata visibilità mediatica e su solidi riscontri di pubblico, che hanno fatto da fruttuose premesse per il nuovo “Raditude”, pubblicato a un anno scarso di distanza dal suo predecessore, quasi a cavalcare il più a lungo possibile l’onda benevola di una stabile popolarità.

Le band ha ragionevolmente deciso di non cambiare di una virgola la sua formula collaudata e vincente a base di succulenti sandwich power pop schiacciati tra chitarroni heavy a manetta e melodie col cuore pulsante incastrato in gola (una volta l’avremmo chiamato forse “emo”, prima che il vocabolo si tramutasse in una specie di insulto ringhioso). Le nuove canzoni di Cuomo e compagnia (qui attorniati da una teoria potenzialmente infinita di produttori roboanti, da Jacknife Lee a Dr. Luke, passando per Butch Walker e la band stessa) sembrano così esplodere dalla cameretta di un adolescente sognante caricata a molla, riversandosi le une sulle altre come uno tsunami detritico di poster stratificati di Ramones e Who, chitarre elettriche infilate sotto il letto, t-shirt hardcore scolorite e appunti disordinati della lezione di storia (del rock) mescolati a vecchie copie sgualcite di Rolling Stone.

Illuminata da una fiducia incrollabile nel mito del rock più puro (di cui si sente parte integrante e prosecutrice vitale) la band californiana continua a inseguire la felicità dei suoi riff (quasi sempre contenuti o matematicamente derivabili come una matrioska dall’assioma primigenio di “Buddy Holly”, ascoltate “I’m Your Daddy” o “Let It All Hang Out”), rimbalzando con piglio vagamente metacitazionistico contro tutta una nutrita serie di archetipi della retorica rock, che dai Knack arrivano al primo Elvis Costello, passando per Flamin’ Groovies e Lemonheads, senza trascurare l’emo-punk universitario meno compromesso di gruppi come Jimmy Eat World, Sanny Day Real Estate o anche, volendo, di certi Green Day (si ascoltino “In The Mall” o “Tripping Down The Freeway”). E se certi esperimenti lasciano il tempo che trovano (come lo pseudo-hip hop di “Can’t Stop Partyng” in compagnia di Lil Wayne o gli incensi indiani di “Love Is The Answer”) in altri una vena un po’ troppo zuccherina tende a impregnare l’atmosfera di un retrogusto da lieto fine hollywoodiano (“Put Me Back Together” o “I Don’t Want To Let You Go”, che sembra una cover degli Hoobastank).

Alla fine la band si produce in quello che le riesce meglio e nel farlo pompa entusiasmo e amore sinceri. Dopo quasi vent’anni di carriera non è affatto poco, eppure al di fuori del sottomondo Weezer, “Raditude” tende ad apparire come un disco tanto godibile quanto privo di particolare rilevanza o significato. Un’apprezzabile esercitazione di stile, ma troppo forte è l’impressione che i tempi in cui la band poteva fare realmente la differenza (sempre che questo sia mai stato possibile) siano davvero molto (troppo?) lontani.

 

 

 

 

(18/11/2009)

  • Tracklist
1. (If You’re Wondering If I Want You To) I Want You To
2. I’m Your Daddy
3. The Girl Got Hot
4. Can’t Stop Partying
5. Put Me Back Together
6. Trippin’ Down The Freeway
7. Love Is the Answer
8. Let It All Hang Out
9. In the Mall
10. I Don’t Want to Let You Go
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