White Lies

To Lose My Life

2009 (Fiction) | darkwave

"Vorrei rapire il freddo/ in un giorno di sole/ che potrebbe tornare in un attimo solo" scriveva nel 1984 un giovane Federico Fiumani. E viene in tutta onestà da chiedersi se i White Lies, giovane terzetto londinese giunto all'esordio con successo in tempi recenti, abbia mai sentito parlare dei Diaframma. Certamente no, eppure il fosco immaginario darkwave che riveste le produzioni sonore dell'ennesima next big thing albionica (capace di schizzare al primo posto in Inghilterra nella prima settimana di vendite, scalzata solo da Springsteen) non può non evocare quell'interminabile Gennaio generazionale dal cui muro di ghiaccio e silenzio si levarono le indimenticabili urla formato-canzone dei vari Joy Divsion, Echo & The Bunnymen e U2. Tutti gruppi che in misura più o meno variabile si ritrovano nel tessuto compositivo di questi White Lies, che per il resto appaiono totalmente immersi in una contemporaneità sonora che da tempo dà segni allarmanti di stanchezza e quasi totale incapacità di sapersi reinventare in maniera minimamente credibile.

Ascoltando i singoli "Unfinished Business" (ai limiti della cover più sfacciata), "To Lose My Life" e "Death" (da notare i riferimenti insistenti a un microcosmo cimiteriale imbevuto di pessimismo e nichilismo esistenziale, che nutre anche i testi) sembra di ascoltare un gruppo di onesti emulatori degli Editors (il che è tutto dire, peraltro): stessa voce sofferta e baritonale, medesimo sventagliarsi di chitarre impregnate di pece catramosa e inchiostro nerofumo, stessa retorica gotico-romantica di giovani angeli caduti tra le miserie della terra in cerca di un'impossibile ideale salvifico di purezza estetica, con l'aggiunta di sporadici arazzi orchestrali e, talvolta, di trame organistiche, a dare un tocco di ulteriore spleen e sublime contrizione.

Volendo, il gruppo sa anche avventurarsi in incursioni dal piglio più ballabile, con ritmiche più spezzate (è il caso di "E.S.T." o di "Farewell To The Fairground") e in definitiva finisce con il collocarsi a ridosso di una coda lunga di giovani band quali Departure, Cinematics, Bravery, We Are Scientists e Killers, accomunate tutte dal fatto di essere state inghiottite dall'oblio o quasi (a parte forse i Killers, che hanno saputo riciclarsi come Pet Shop Boys proiettati in un'epopea fordiana da saloon, a dimostrazione di un'astuzia mediatico-manageriale che alle altre band è mancata).

Sarebbe d'altra parte disonesto non riconoscere che il gruppo possieda una minima dose di talento nel confezionare melodie di facile presa mnemonica. In più, sebbene la loro proposta risulti nel complesso infarcita di luoghi comuni addirittura abusati, i White Lies, entro certo limiti almeno, sembrano veri in quello che cantano e non banali (di nuovo: entro certi limiti...) nel modo in cui cercano di esprimerlo. Resta da capire come la loro ricerca (se di ricerca si tratta) possa "evolversi" nei lavori futuri, visto che quello in cui si sono infilati è a tutti gli effetti, e le cronache degli ultimi anni ce lo dimostrano ampiamente, un vicolo cieco.

(16/02/2009)

  • Tracklist
  1. To Lose My Life
  2. A Place To Hide
  3. Fifty On Our Foreheads
  4. Unfinished Buisness
  5. E.S.T.
  6. Death
  7. From The Stars
  8. Farewell To the Fairground
  9. Nothing To Give
  10. The Price Of Love
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