Wilco

Wilco (The Album)

2009 (Nonesuch) | folk-rock

"Wilco will love you, baby": è una promessa solenne, un patto di fedeltà, quello stretto dagli Wilco con il proprio pubblico. Jeff Tweedy lo annuncia sorridendo in "Wilco (The Song)", prologo emblematico di "Wilco (The Album)": e già dai titoli si capisce subito che per la band di Chicago si tratta di un vero e proprio manifesto. Non è più il tempo delle angosce e dei contrasti, gli Wilco vogliono offrire certezze: "This is all of our arms open wide / Sonic shoulder for you to cry".
Con il loro eponimo disco del cammello, Tweedy e soci preferiscono fermarsi a raccogliere i frutti, piuttosto che cercare di gettare ancora una volta nuovi semi. "Wilco (The Album)" suona insomma come il lavoro più conservativo della band americana dai tempi di "Being There": il che non è necessariamente un male, vista l'incertezza con cui il precedente "Sky Blue Sky" aveva cercato di dilatare gli orizzonti. Ma è anche il segno inequivocabile che, lasciatisi ormai alle spalle la vertiginosa successione di due capolavori del calibro di "Yankee Hotel Foxtrot" e "A Ghost Is Born", gli Wilco hanno deciso di volgere lo sguardo indietro, riassumendo le tappe della loro avventura in un compendio dall'aria più rassicurante. "Non abbiamo mai avuto intenzione di suonare in modo diverso da noi stessi", osserva Tweedy. "Penso che questo album incorpori in un'unica confezione la maggior parte di quello che abbiamo fatto negli altri periodi".

Intitolare un disco con il proprio nome è sempre una dichiarazione di intenti: in questo caso è il simbolo più evidente di una band che vuole dimostrare di avere acquistato piena confidenza e fiducia in se stessa. "Questa è la prima line-up degli Wilco che abbia mai registrato insieme due dischi", annota Tweedy. "C'è un'atmosfera davvero rilassata nel modo in cui lavoriamo insieme ora".
Dal vivo, è facile convenire con lui sul fatto che questa sia diventata ormai l'incarnazione definitiva degli Wilco: il recente - imperdibile - dvd live "Ashes Of American Flags" ne è la testimonianza più eloquente. In studio, però, l'attuale formazione della band non ha ancora saputo catturare la stessa energia ed inventiva: l'istantanea di "Sky Blue Sky", con il suo alternarsi di cavalcate seventies e paesaggi pastorali, non era apparsa sempre a fuoco e anche la maggiore duttilità sfoggiata dal nuovo album raggiunge solo in parte l'obiettivo. Basta sentire come il crescendo di "One Wing" (già entrata da qualche tempo nel repertorio della band sul palco) si interrompe proprio nel momento in cui la chitarra di Nels Cline sarebbe pronta per furoreggiare come suo solito: il potenziale del gruppo fatica ad emergere in tutta la sua forza.

Hanno voglia di divertirsi, gli Wilco, di prendere le cose con più leggerezza. L'incedere di "Wilco (The Song)" attinge liberamente alla licantropia londinese di Warren Zevon, corredandola di campane alla "Summerteeth" e di un gioco di distorsioni, mentre brani come "You Never Know" e "Sonny Feeling" rinverdiscono il canone di "Being There", destreggiandosi con un sentore di ottimismo obamiano tra il rotolare del pianoforte, la solarità delle armonie vocali e l'ammiccare sbarazzino dei riff. George Harrison e Tom Petty sorridono compiaciuti sullo sfondo.
I nuovi brani, registrati negli studi neozelandesi di Neil Finn dei Crowded House, sono un saggio di tutto il mestiere maturato dal gruppo negli anni, dai barocchismi di "Deeper Down" all'organo alla Garth Hudson di "Solitaire", passando per l'atteso duetto con Feist nell'intima "You And I", che rimane però sin troppo lineare per lasciare il segno. La classe di Tweedy e soci, del resto, si vede anche nei dettagli, a cominciare dalla reazione mostrata dalla band alla prematura diffusione del disco in rete: invece di stracciarsi le vesti o di dichiarare guerra ai blogger, gli Wilco hanno pensato bene di mettere subito in streaming il disco sul loro sito ufficiale, invitando chi l'avesse scaricato a fare una donazione alla Inspiration Corporation, un'associazione che assiste i senzatetto di Chicago...

Per ritrovare fino in fondo lo spessore della band, però, bisogna rivolgersi a "Bull Black Nova", che prende in prestito le pulsazioni kraut di "Spiders (Kidsmoke)" e le coniuga con una reiterazione ossessiva di note di piano, dando corpo alla fantasia omicida con cui si apriva la classica "Via Chicago" e trasportandola in un'atmosfera tesa e densa di inquietudine, dove la chitarra incide come una lama affilata e fremente: Tweedy si cala nei panni di un assassino in fuga dal proprio delitto, un personaggio uscito da qualche pagina dell'America di Cormac McCarthy, perseguitato da una colpa impossibile da dimenticare e macchiato in maniera indelebile dal sangue che ha sparso.
Ma il sangue è anche ciò che accomuna gli uomini, quell'unità capace di ridare speranza persino di fronte alla distruzione descritta nell'avvolgente "Country Disappeared". Quando non c'è nulla per cui essere pronti a versare il proprio sangue, non c'è nulla nemmeno per cui alzarsi al mattino. Tweedy lo sa bene, e lo testimonia a chiare lettere in "I'll Fight", ricalcando con qualche ridondanza di troppo il modello di "On And On And On": "I'll die for you, I will / And if I die / I'll die alone like Jesus on the cross / My faith cannot by tossed / And my life will not be lost / If my love comes across".

Tutto finisce, dicono. La vita, l'amore, la musica.
Ma allora perché il cuore non accetta di rassegnarsi, di smettere di desiderare? "Everything alive must die / Every building built to the sky will fall", sussurra Tweedy sull'enfasi della conclusiva "Everlasting Everything", "But don't try to tell me my everlasting love is a lie". Non c'è da fidarsi di chi dice che nulla dura per sempre. Nonostante tutto, "Wilco will love you, baby"...

(26/06/2009)

  • Tracklist
  1. Wilco (The Song)
  2. Deeper Down
  3. One Wing
  4. Bull Black Nova
  5. You And I
  6. You Never Know
  7. Country Disappeared
  8. Solitaire
  9. I'll Fight
  10. Sonny Feeling
  11. Everlasting Everything
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