Africa Unite

Rootz

2010 (Universal) | reggae

Gli Africa Unite sono un mito. Fondati nel 1981 a Pinerolo (provincia  di Torino) sull'onda dell'emozione causata dalla morte di Bob Marley, nel 1993 riescono a dimostrare, con l'album "Babilonia e poesia", che non solo una via italiana al reggae è possibile, ma può condurre a uno dei più begli album cantati nella nostra lingua. Hanno vissuto la loro storia, negli ultimi vent'anni, fra cambi di formazione (dal transfuga chitarrista Casacci prendono origine i Subsonica), ascese di popolarità (negli anni Novanta sono tra i nomi di punta del rock italiano, con tanto di video su Mtv), alterne fortune discografiche (i cd più recenti erano indipendenti, con quest'ultimo sono di nuovo su major), rimanendo fedeli allo spirito del reggae mentre ne esploravano le svariate declinazioni sonore. Queste sono da sempre state comprese fra due poli opposti: da una parte l'anima elettronica di Madaski, lo scienziato sonoro affascinato dal dub e dalle sue contaminazioni, dall'altra quella roots di Bunna, la voce calda che fonde la solarità della melodia alle parole dell'impegno in tutti i loro dischi. Il titolo di questo album ci dice subito quale indirizzo sia prevalente stavolta, ma ormai gli Africa hanno raggiunto una tale maturità e complessità nel loro approccio alla materia da poter proporre ogni volta lavori ricchi di sfaccettature e sfumature diverse. E allora sì, non c'è dubbio che il suono generale di questo disco sia quello vibrante e caldo di strumenti "suonati", ricco di sferzate melodiche da parte dei fiati, che il gruppo ha saputo elaborare negli anni a partire dalla lezione di Marley e del reggae anni Settanta. Si va dunque dalle potenti "Così sia" e "Sensi", alle più morbide e solari "Sì" e "Il Movimento immobile", fino ai brani più ballabili, come lo scanzonato ska di "Lady" e una "Reality" pronta per le dancehall.

"Here And Now", il cuore del disco, unisce classicità e modernità, entrando e uscendo dall'ipnosi del dub, perché, come recita l'epigrafe del disco, "le radici portano nutrimento e ricchezza, sono fonte di stabilità e memoria". Per questo l'intero album è dedicato "ai nostri padri".
Al contempo però non mancano né le zampate di Madaski (mattatore nei momenti più elettronici, dove è anche vocalist) né le novità tout court. In particolare, c'è il ricorso alla lingua inglese, in alcuni brani, che non è tanto un passo indietro rispetto al manifesto di "Babilonia e poesia", quanto la presa d'atto di un diritto a rivolgersi a un pubblico internazionale che già in più occasioni ha conosciuto e rispettato il gruppo. Un altro elemento notevole è quello costituito dal nutrito parco di ospiti: continuando sulla linea per cui in "4 Riddims 4 Unity" alcuni strumentali tratti dall'album "Controlli" erano stati affidati ad altri gruppi italiani, "Rootz" dà spazio a Jacob dei pordenonesi Mellow Mood (in "Sensi"), ai milanesi Franziska (su " Here and now"), ma presenta anche le voci ragga di Alborosie in "Reality" e di Mama Marjas in "Lady". Le collaborazioni sembrano galvanizzare la band in tutti i casi, segnalando uno stato di forma davvero invidiabile, nonostante i quasi trent'anni di carriera.

Il vero spirito "Rootz" non è però rappresentato solo dall'aspetto sonoro, ma anche da quello testuale e interpretativo, e qui l'originalità dell'approccio degli Africa alla materia è evidente quanto nel caso della musica: "Non cerco Dio, Shiva o Allah/ non credo in Rastafari o Jah/ ho vissuto molto ho giocato sbagliato ma sempre al presente" canta Bunna in "Mr Time", dimostrando ancora una volta un'adesione ragionata e non pedissequa alla cultura di cui il reggae è espressione, basata non tanto sull'aspetto religioso ma su quello politico. Le contraddizioni non sono rimosse ma affrontate, come dimostra l'invettiva iniziale di una "Così sia", dove il gruppo attacca apertamente l'omofobia di certo reggae moderno, facendo pure nomi e cognomi delle star giamaicane cui si rivolge: Sizzla, Buju Banton, Beenie Man. D'altro canto gli Africa non hanno certo mai avuto timori reverenziali, e lo può confermare chiunque abbia assistito all'epica reprimenda di Madaski nei confronti di Ziggy Marley (figlio di cotanto padre), reo di essersela presa troppo comoda prima di presentarsi sul palco di un festival a Collegno, dove precedeva la band piemontese, qualche anno fa.

Per gli Africa Unite il reggae è musica di divertimento e lotta civile, e se in "Vibra" i due si erano scagliati contro la pena di morte (in collaborazione con Amnesty International, come testimonia l'ottimo video di "Sotto pressione" del 2000), qui invece sposano il movimento ecologista in "Movimento immobile", rievocano Linton Kwesi Johnson in "Music n' blood"(apoteosi di Madaski) e, nella dub poetry di "Cosa resta", tornano a trattare (con Bunna) il brutto clima del nostro Paese: "Solo consapevolezza e impegno possono cambiare le cose". La gente però ha anche bisogno di sogni, come dice lo stesso cantante in "Sì", e allora è la musica l'unico modo di comporre i dissidi fra mente e anima, fra Europa e Africa. Così come ai tempi di "Nella mia città", un brano reggae cantato da un gruppo di Pinerolo in cui tutti noi ragazzini torinesi finivamo per ritrovarci, la musica giamaicana è per sua natura clandestina, senza permesso di soggiorno trai nostri lombi. Come scriveva Simon Reynolds "potrà anche non essere tua, ma sei tu, misteriosamente, a diventare suo".

(01/04/2010)

  • Tracklist
  1. Così Sia
  2. Sensi
  3. Music 'N' Blood
  4. Blood 'N' Dub
  5. Here And Now
  6. Mr. Time
  7. Si
  8. Pon Di Phone
  9. Reality
  10. Il Movimento Immobile
  11. The Lady
  12. E Dub Sia
  13. Cosa Resta
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