Big Sexy Noise

Big Sexy Noise

2010 (Sartorial) | alt-rock, post-punk, no wave

Ennesima riprova, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che il rumore può essere sordo o assordante. Disperato o liberatorio. E, perché no, anche terribilmente sexy. Benvenuti nel selvaggio mondo di Lydia Lunch. La belva è fuori: schiuma rabbia e ha una fame da lupa. Il che non è certo una novità se pensiamo che la signorina Lydia Koch fu soprannominata Lunch proprio per la sua diabolica abilità nel procacciare pranzi a sbafo per sé e per gli artisti spiantati (e affamati) della comune che la ospitava, poco più che adolescente, in quel di New York City. Storie di più di trent’anni fa. In mezzo: un appetito infernale per ogni tipo di esperienza creativa, eccitante, pericolosa. Lydia Lunch, signore e signori. E non credo ci sia bisogno di aggiungere altro (per tutto il resto c’è l’apposita scheda).

“Big Sexy Noise”, nome che funge da titolo e ragione musicale del progetto, è la prima vera prova lunga e omogenea della Lunch dai tempi di “Smoke In The Shadows” (2004). Ad accompagnarla e ispirarla in questo viaggio a ritroso nel rumore perduto, altri reduci della grande stagione del rock alternativo degli anni 90, ovverossia tre pinte su quattro di Gallon Drunk: James Johnston alla chitarra, Ian White alla batteria e Terry Edwards, organo e sax.
“Big Sexy Noise” è un ritorno alle origini scandito dalla classe e dal senno della maturità, una sorta di “Gerovital” sonico, l’equivalente di quello che i Grinderman sono stati per Nick Cave, un paio d’anni or sono. Prima di tutto c’è il blues: basale, necessariamente “esploso”, catramato, rintronato di clacson e monossido metropolitano. Poi c’è il punk, quello più teatrale, vicino alla performance art: l’interpretazione della Lunch, la sua voce sempre più bassa, vetrosa, gracchiante, come quella di una barbona di che sbraita al buio, eclissata dalle luci di Times Square. Infine, il noise: la distorsione, il fuzz schiumoso e purulento come una fogna che trabocca, il filo spinato dei feedback, il sax quasi free che sfregia i riff monolitici e fa da controcanto alla Lunch (quel sax che è da sempre il suo angelo/demone custode: prima James Chance, poi Pat Irwin, ora Terry Edwards), la scuola della no-wave e dei Sonic Youth (Kim Gordon è coautrice di buona parte dei brani).

È un bel pugno nello stomaco, “Big Sexy Noise”. È furia controllata, recitata, provocatoria. Una furia che attacca, sexy, ironica, sboccata, con “Another Man Coming”, scandita da metriche schioccanti quasi a tempo di rap, assume tonalità jazzy e noir da scena del crimine nella minacciosa e ipnotizzante “Bad For Bobby” e arriva a montare in una sorta di blues-doom iperrealistico con le poderose “Baby Faced Killer” e il monologo in un solo atto di “Your Love Don’t Pay My Fuckin’ Rent”.
Poi c’è la cover “vissuta” di “Kill Your Sons” di Lou Reed (che valeva da sola il prezzo di “Sally Can’t Dance”): con la Lunch che quando dice - la voce dura e rovinata come le vene di un tossico veterano -  “(…) but when you shoot you up with thorazine on/ crystal smoke/ you choke/ like a son of a gun”, lei che nella sua vita ha flirtato più volte con la follia e i ricoveri mentali, dà letteralmente i brividi.

Se non fosse per alcune cadute di stile (lo street-punk anthemico e sgolato di “Digging The Hole” e “That Smell”), “Big Sexy Noise” sarebbe un disco davvero da incorniciare.

(04/02/2010)

  • Tracklist
  1. Gospel Singer
  2. Kill Your Sons
  3. Slydell
  4. Digging The Hole
  5. Baby Faced Killer
  6. Bad For Bobby
  7. Dark Eyes
  8. Another Man Coming
  9. God Is A Bullet
  10. That Smeel
  11. Your Love Don't Pay My Fuckin' Rent
  12. Doughboy
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