All right now. Ovvero delle molte vite - intrecciate o parallele - nella giovane e movimentata vita di Brisa Rochè. La bambina californiana, figlia di genitori hippy, cresciuta in una comune senza sospettare dell'esistenza di una cosa che si chiama elettricità e che, tra le altre cose, permette agli strumenti di suonare; la post-punkette innamorata di PJ Harvey che girovaga l'America post-grunge alla ricerca di una contrastata identità artistica; la chanteuse che alla testa di una band di jazzisti si fa un nome nei locali fumosi della Parigi di fin de siecle; la cantantessa colta, ambiziosa ma ancora poco conosciuta, al pubblico italiano quantomeno, della seconda metà del decennio appena trascorso.
È questo bildungsroman che il nuovo disco, il terzo, dell'artista franco-statunitense racconta. Non tanto attraverso la filigrana delle parole quanto seguendo il filo logico delle influenze e delle trame musicali - composite, spiazzanti - che compongono la tavolozza sonora a cui attinge, in più di un'occasione, l'autrice.
Laddove "Takes" (2007, ma giunto in Italia con circa un anno di ritardo) era un gioiellino di folk-pop nel senso molto lato del termine, cangiante e sofisticato, che sembrava elevare la Rochè a pochi metri dal mainstream di qualità, "All Right Now" riscopre una componente alt-rock americana e cantautorale sui generis, inseguendo traiettorie oblique, eclettiche, giustapposte. La forza della scrittura della Rochè, tuttavia, ne esce fuori inalterata e facilmente individuabile: nelle melodie sgorganti e ricercate, negli arrangiamenti essenziali che giocano tutto sul tocco e sulla sottrazione (la strumentazione è ridotta al necessario: batteria, basso chitarra, tastiere o synth) e nel ruolo centrale che in esse riveste l'interpretazione vocale, tra le più argentee e duttili del panorama odierno.
Al primo filone, all'infanzia sbavata di nostalgia che sorvola i colli sterposi e assolati della West Coast, fanno riferimento brani come l'opener "Stone Trade" (rocky e flebilmente psichedelica) e l'abbandono quasi byrdsiano (ma con PJ alla voce) della bellissima "Past Contemplative". Poi la creatività autobiografica della Rochè si espande trasversalmente: i quadretti da brava allieva di bottega di Kate Bush ("Penetrate", che a tratti rammenta Bat For Lashes, e "Open Your Lock), la post-wave operistica un po' alla My Brightest Diamond di "Hard As Love", quella nervosa e pop di "It's All Right", quella disco-oriented di un piccolo capolavoro come "Sweat King" (fra i Talking Heads e gli Abba con mormorii sexy in francese alla Birkin).
In tanto naturale ed eccentrico (auto)citazionismo convivono senza problema i bozzetti freak di "Do What You Do" (giro praticamente blues e ritornello/jingle futurista e iperaccelerato) e "Green Light" (west coast agrodolce che muta in un finalino da girl-group spectoriano) e il pop retrò, europeo e classicheggiante di "Bloom" e "Get Down".
Ancora un disco delizioso per chi ama la Rochè. Come diceva la quasi omonima pubblicità: non è fame ma più voglia di qualcosa di buono. Veramente buono, in questo caso.
(21/09/2010)


