Deer Tick

The Black Dirt Sessions

2010 (Partisan) | folk-rock

"Il paese è pieno di pizzerie
fanno tutte la stessa cosa, la pizza
però c'è chi la fa buona e chi no, e c'è pure qualcuno che la fa ottima
poi, se qualcuno lo preferisce,
conosco pure un ristorantino dove abbinano pesce e cioccolata,
se proprio la pizza vi sembra troppo banale"
(Cerezo, forum di Ondarock)

Quella dell'Americana di oggi è una scuderia di pizzaioli notevole, se mettiamo insieme questi Deer Tick, Phosphorescent, i Felice Brothers e, più di sguincio, i Blitzen Trapper. La domanda che sorge spontanea ogni volta è: "Perché perdere tempo con questi, quando esistono gli Wilco?" Un appunto legittimo: la band di Chicago è quella pizzeria che consiglieremmo allo straniero sperduto, sicuri di non sbagliare. Da Posphorescent andremmo per rendere omaggio a un degno epigono; dai Felice Brothers, per farci qualche risata crassa e bere birra; dai Blitzen Trapper, per provare qualcosa dagli ingredienti tradizionali, mescolati in qualcosa di inaspettato.
Dai Deer Tick andiamo invece per sentire aria di casa, consapevoli di scegliere un prodotto magari di minor fascino, ma rassicurati dal profumo domestico e dall'aspetto familiare. Il fatto che si conosca già a memoria il menù diventa così un'osservazione di minore importanza, al pari del fatto che in questo ristorante si riciclino gli avanzi, dato che questa uscita raccoglie materiale risalente alle registrazioni per il precedente disco, "Born On A Flag Day".

"The Black Dirt Sessions" è il quarto album del gruppo di Providence, ormai di popolarità acquisita - il primo che segue l'aggiunta di Ian O'Neil alla chitarra, provenienza Titus Andronicus. Lo snarl a denti stretti del cantante John Mc Cauley è già un'esca per abboccare alla fresca veracità del disco, all'esaltazione del mito dello stivale impolverato e delle maniche avvoltolate. Dalle passeggiate springsteeniane per i sobborghi malandati di un'America ostile, contrastata da una pervicace spavalderia giovanile, di "Twenty Miles" al ritmo gibboso, alle sventagliate di piano del numero à-la Lynyrd Skynyrd di "Mange" il passo è breve.
Breve è anche la distanza tra ciò che si percepisce come genuino e ciò che si squalifica come scontato. Le cascate di Sol e di Mi (le non eccelse "When She Come Home" e "Piece By Piece And Frame By Frame"), causa una certa, insolita avarizia negli arrangiamenti, vengono lasciate esposte, curiosamente indifese. A volte il trucco dell'esposizione non mediata riesce, come nel romantico duetto di "The Sad Sun"; ed è questo, forse, il territorio di caccia preferito dall'espressione un po' diseducata della vocalità di McCauley. L'impressione è che un'ipotetica misura della "densità di idee" per traccia si faccia via via assai poco elevata.

Nella seconda metà del disco la band offre però spunti inaspettati, costruzioni chitarristiche ariose come quella di "Hand In My Hand" - finalmente l'aria divertita di una "session"! - e tributi waitsiani come "Blood Moon". Così, a poco a poco, le strimpellate bi-accordo della prima parte sembrano un pallido ricordo e l'espressività rauca di McCauley trova vero compimento, come nell'ottima interpretazione della finale "Christ Jesus".
I Deer Tick si confermano dunque come un gruppo del tutto sottovalutato - perlomeno da queste parti - nel panorama dell'Americana contemporanea, ma già con personalità sufficiente a presentarsi al David Letterman per la prima volta e suonare un brano dal loro primo disco, in barba al contratto appena firmato.

(21/10/2010)



  • Tracklist
1. Choir Of Angels
2. Twenty Miles
3. Goodbye, Dear Friend
4. Piece By Piece, Frame By Frame
5. Sad Sun
6. Mange
7. When She Comes Home
8. Hand In My Hand
9. I Will Not Be Myself
10. Blood Moon
11. Christ Jesus
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