A sette anni compiuti, Dylan LeBlanc impara l'arte dell'arpeggio. A quindici, compone e si trova già a viaggiare per centinaia di miglia per suonare in pubblico - sempre che per "pubblico" si possa intendere un insieme di persone che ne contenga più di una. Ora, ventenne, arriva con prepotenza sulla scena con questo "Paupers Field", immaginandosi una gioventù twainiana nel giardino dietro casa, situata in Louisiana. Scritturato dalla Rough Trade non appena maggiorenne, neanche fosse una giovane stella del calcio, Dylan LeBlanc in questo suo esordio sconta parecchio sia la sua età (solo tentativamente dissimulata) che il debito accumulato in questi anni verso i grandi personaggi a cui si è voluto ispirare in questa carriera di musicista, comunque appena agli inizi.
"Standing on the shoulders of giants" pare infatti essere il motto del Nostro, da quanto emerge dalle sue composizioni, abbrancate, seppur con garbo, al lembo cascante da ombre dalla mole minacciosa. La presenza di mentori importanti è tangibile nella cadenza matura e consapevole degli arrangiamenti, nella mescola a suo modo raffinata e rispettosa (fin troppo!) di slide guitar, archi, banjo, etc. In effetti, si scopre poi, il piccolo Dylan è seguito passo passo da Emmylou Harris, storica cantautrice americana, e dalla sua produttrice Trina Shoemaker.
In effetti Dylan pare a tratti arrancare, rincorrendo un'aria da "classico impegnato", che fa da contraltare in negativo alla freschezza melodica della vicina Alela Diane. L'istinto melodico, appunto, pare ancora parecchio da affinare, così come l'espressività vocale, ancora vagamente arruffata in esalazioni che si fanno smorfia ogni volta che la tonalità sale.
Le canzoni di "Paupers Field" sono tutte godibili, ben suonate e, nel bene e nel male, scivolano addosso. L'impressione generale è, però, che a Dylan LeBlanc abbiano regalato un giocattolo troppo importante, troppo complicato per un cantautore ancora alla ricerca di se stesso.
(06/09/2010)


