Bryan Ferry

Olympia

2010 (Astralwerks) | ferryesque pop

Bryan Ferry da piccolo sognava di fare l'esploratore, ma anche di emulare gli scalatori ottocenteschi (quei pantaloni di velluto, quelle pipe di creta, la lettura di versi, la notte nelle piccole tende di montagna...). Ma poi prese la solenne decisione: avrebbe fatto il ciclista e provato a vincere il Tour de France. Il futuro dandy che più dandy non si può, impegnato con le supreme fatiche del Tourmalet o con l'ascesa diabolica e progressiva dell'Alpe D'Huez. E poi, passerella sui Campi Elisi e il podio agognato, intento a rimirarsi la maglia gialla - chissà che tessuti!? - si sarebbe chiesto accarezzandola, con i flash impegnati ad abbagliare la celebrità e la sua vanità. Invece ha fatto il cantante, e al posto di un manubrio ha pensato bene di impugnare un microfono. Ha, insomma, rifuggito le fatiche.
Mica vero: fateci caso, tutta la vicenda artistica del bel tenebroso del pop è stata un continuo saliscendi tra tornanti insidiosi che solo la classe cristallina del fuoriclasse è riuscita a domare facendo sembrare tutto sin troppo facile.
Non è stato però un cannibale: il mancato Merckx, ha dovuto subire sorpassi a destra e a manca, le ironie di giovani virgulti spesso senza stile (ah, i punk!), e non pochi hanno d'altro canto cercato di imitarne le doti di passista, di scaltro tattico che ti infilza quando meno te l'aspetti. Ma lui niente, impassibile a raccogliere lodi e accuse, a fregarsene dei consigli, degli ammiccamenti, restio a seguire il plotone. Sempre. Ha creato una, dieci, mille mode, Ferry, per poi gettarle in pasto agli adulatori. Fatene quello che volete, io ho il mio traguardo da raggiungere. Quello della seduzione. Costi quel che costi. E riparte il tour... de force.

E così, trascorso l'ultimo ventennio sottotraccia, fra dischi di cover minimali quando non retrò ("Taxi", "As Time Goes By" e l'ultimo "Dylanesque") e irrisolte sindromi da perfezionismo acuto (gli album di inediti "Mamouna" e "Frantic"), eccolo sbucare da un tornante con un passo che non ti aspetti. Lo si era lasciato mesi fa in studio con tutti gli altri Roxy Music, Eno incluso, intento a ridestare un marchio glorioso che giaceva in soffitta dal 1982 (se escludiamo le esaltanti comparsate on stage), ce lo ritroviamo ora da solo, con in tasca buona parte delle session dell'accantonata reunion, un paio di cover d'autore e l'elaborato di una collaborazione con Dave Stewart risalente al 1995 (le mai uscite "Alphaville Sessions"), per servirci col classico aplomb la prima raccolta di inediti dal 2002.
Già questa di per sé sarebbe una notizia, ma quella ottima è un'altra: "Olympia" è il miglior lavoro del languido crooner dai tempi di "Boys And Girls". La carriera solista di Bryan dalla fine del suo decennio dorato (gli Ottanta), sembra l'esatta trasposizione delle sue movenze sul palco. Ovvero sfacciatamente meditata, compassata oltre ogni limite: un disco ogni sette-otto anni (cover album esclusi), in cui ogni rendez-vous diventa il pretesto per fissare lo stato dell'arte di una maniacale ricerca della perfezione formale, il più delle volte ripiegata in aristocratici alti e bassi. Il più delle volte, appunto. Perché questa volta la sorpresa, è grossa, supera l'ormai abituale formazione di session men fuoriclasse messi in campo, oltrepassa il morfinico incedere del nostro scavalcandone l'intimismo congenito, ospite fisso e leit motiv.

"Olympia", con gli occhioni di Kate Moss che ammiccano dalla copertina, è un compendio di chitarre applicate al soft-rock, di sezioni ritmiche corpose eppure eteree, il trionfo dello studio di registrazione usato come strumento principale a suggello del verbo enoiano per cui esso è, in sé, l'espressione di una nuova forma d'arte. Quel che ci si para davanti non è la "solita" ricerca di un inedito quanto generico suono elettronico, ma la paziente cesellatura di mille frammenti strumentali - soprattutto tradizionali - smontati e ridotti a singole tessere che vanno a ricomporsi nel mosaico delle canzoni. E che canzoni. Con Bryan autoreferenziale il giusto, ad esempio, che in "You Can Dance" (due le versioni già note, quella drum'n'bass delle misconosciute "Alphaville Sessions" e quella hypertechno prestata a Dj Hell lo scorso anno) conia una torbida cavalcata per chitarre partendo dal sample della roxyana "True To Life", avvalendosi dei contemporanei servigi di tre chitarristi (Nile Rodgers su tutti) e di un trittico di bassisti del calibro di Marcus Miller (fedele di Miles Davis), Flea (Red Hot Chili Peppers) e Gary "Mani" Mounfield (Stone Roses): cose da pazzi. Che dire poi di "Alphaville", in cui i chitarristi salgono a cinque (!) con l'ingresso di Dave Stewart e dello storico turnista di "Slave To Love" Neil Hubbard, per disegnare il più notturno e surreale dei funky col beneplacito del rarefatto synth in flanger di Brian Eno?
La voce di Ferry oggi è avvolta in una patina conferitale dal tempo, che l'ha inscurita impreziosendola, come accade al legno pregiato. "Heartache By Numbers", frutto di una collaborazione con Jake Shears e Babydaddy degli Scissor Sisters, con l'oboe di Andy Mackay e l'edulcorato slap di Miller che piazzano un "corale" che sembra una  versione patinata degli Arcade Fire, e "Me Oh My", pura e lenta malinconia scandita dall'inconfondibile calembour di David Gilmour (anche lui), che rivitalizza i fasti del purtroppo sottostimato roxyano "Flesh And Blood". E ancora il nervoso e onirico uptempo "Shameless", travisato rifacimento di una morbida versione dance già apparsa in "Black Light", l'album appena licenziato dai Groove Armada.

Viene poi un momento in cui Ferry ha bisogno di rilassarsi di aprire l'album dei ricordi, con la puntina del giradischi che scivola sulle note della memoria. Gambe accavallate, un bel brandy che riscalda l'atmosfera. È sempre stato così, oggi spetta alle toccanti "Song To The Siren" di Tim Buckley e a "No Face, No Name, No Number", sommesse e drammatiche in origine, plastiche, eleganti e sensuali dopo il trattamento ferryano. E se la versione del brano scritto dal papà di Jeff ne esce didascalica, ma mai volgare (non sia mai...), l'epopea di Winwood e soci ringiovanisce, pur rispettosa dello spartito, smarrisce i connotati della nostalgia, perde in folk ma acquista in ritmo, si libera serena per poi venire catturata dalle accentuazioni tipiche del crooner di Newcastle. È una danza a due, sotto un cielo di stelle, nella sala da ballo in chiaroscuro, con le impennate di Chris Spedding (non a caso recente alter ego di Phil Manzanera nei Roxy dal vivo) che invitano, invitano...
Ma poi, improvviso il basso funky "Tutu" di Marcus Miller, ritmo infuocato, trattenuto con il cravattino dal Nostro, sussurrante mentre Lei urla, si divincola, cede. E il divo capisce che il momento giusto per sferrare l'attacco decisivo: "Reason Or Rhyme", batteria secca che sembra preludere a qualcosa di avventato; sciocchezze, due tocchi di piano ed è un nuovo guancia a guancia che pare trasformarsi in un'ultima implorazione, ma è appunto solo un'impressione, il mancato esploratore non perde mai la calma, mentre la sei corde con discreti tocchi wah wah non spaventa, semmai rassicura.

E la notte scende ed è dolce: lenzuola di raso, è la fine, fammi capire se devo restare o andare via. Ma sono domande retoriche, frutto di charme, egli ha già deciso, resterà il tempo di un sospiro e poi via verso nuove avventure. No, non è la fine, quel famoso traguardo non l'ha mai raggiunto. Non ancora. E meno male. È sempre qui, Mister Eleganza a sgomitare con il sorriso di chi la sa lunga ma non se la tira, lo lascia solo credere.

(01/11/2010)

  • Tracklist
  1. You Can Dance
  2. Alphaville
  3. Heartache By Numbers
  4. Me Oh My
  5. Shameless
  6. Song To The Siren
  7. No Face, No Name, No Number
  8. BF Bass (Ode To Olympia)
  9. Reason Or Rhyme
  10. Tender Is The Night
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