Fursaxa

Mycorrhizae Realm

2010 (ATP Recordings) | free-folk

Non era facile dare un seguito convincente al capolavoro “Kobold Moon”, il disco con cui il free-folk arcano di Tara Burke giungeva in una misteriosa terra fatta di voci-senza-corpo e di vascelli della memoria arenati sulle spiagge del Tempo. Non era facile e, infatti, “Mycorrhizae Realm” segna il ritorno verso sonorità più riconoscibili, certo ancora sbilanciate verso le sfumature irreali del disco precedente, eppure poco convincenti.

Armata di un quattro piste, la ragazza timida e sfuggente di Philadelphia pone in essere una sequenza di spettrali elegie che, pur confermandone la statura, non riescono a tracciare legami tra cielo e terra così come ci si aspetterebbe da un’artista del suo calibro. Da accanito seguace del suo culto per un folk proiettato verso dimensioni altre, libero e mistico, potrei, magari, far finta di niente, ma non sarebbe corretto evitare di rilevare il lato più marcatamente manieristico dell’operazione.

Quasi tentando una sintesi tra il free-folk universalistico di “Lepidoptera” e quello trascendentale di “Kobold Moon”, Fursaxa si ferma, infatti, a un livello piuttosto superficiale, quando sarebbe lecito aspettarsi qualcosa di più sconvolgente che la semplice configurazione di un compendio. Perché, a conti fatti, anche di questo si tratta, inutile girarci intorno. La classe non manca, ci mancherebbe. Ma non basta.

Non bastano le vertigini esoteriche di “Lunaria Exits The Blue Lodge”, il magnetismo pendolante di “Poplar Moon” e la progressione più tradizionale di “Sunhead Bowed” (pur se condotta verso una risoluzione chiesastica). E’, in ogni caso, “Celosia” il momento più affascinante: il canto viene trasportato dentro un buco nero e si dispiegano analogie con la Nico di “Marble Index”.
Quella di “Well of Tuhala”, invece, sembra una Joanna Newsom meno fiabesca e verbosa, con il tasso di inquietudine che cresce a dismisura man mano che l’arpa progredisce nel suo andirivieni estatico. Insieme all’harmonium, uno dei suoi strumenti prediletti, l’arpa fa capolino anche in “Charlote”, solita liturgia inesplicabile in cammino verso la rarefazione misterica.

Ammaliante, come sempre. Ma i brividi sono tutti dominabili, anche quando la voce percorre i sentieri ultraterreni di “Ode To Goliards”.
Accontentarsi sarebbe un delitto...

(22/02/2010)

  • Tracklist
1. Lunaria Exits the Blue Lodge
2. Poplar Moon
3. Celosia
4. Well of Tuhala
5. Sunhead Bowed
6. Charlote
7. Ode to Goliards
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