Giant Sand

Blurry Blue Mountain

2010 (Fire Records) | alt country, country rock

Bel modo - e bel titolo - quello scelto dai Giant Sand per festeggiare i venticinque anni di una defilata ma gloriosa carriera: "Blurry Blue Mountain". Ultimo di una striscia lunghissima e tortuosa di album più o meno ufficiali griffati dal songwriting del leader e faber Howe Gelb (una ventina e più), il nuovo arrivato conferma lo status permanentemente maturo e fecondo raggiunto dal quartetto in questa sua estrema fase di carriera. Una fase inaugurata a metà degli anni Duemila, dopo che con quel mezzo capolavoro che era "Chore Of Enchantment" (2000) s'era chiusa la precedente - quella più sonicamente sfaccettata, multicolore, sperimentale - e caratterizzata da una forma più controllata, da una classicità secondo canoni indie, da una più consumata progettualità a livello produttivo. Una linea musicale a cui pure "Blurry Blue" non fa eccezione.


Sobborghi diroccati sparsi a casaccio nella cintura losangelina, deserto che erode la sporcizia dei marciapiedi e vento greve soffocato dai "boa" di smog della metropoli (il gigante di sabbia che c'è ma non si mostra), rosati all'alba di un nuovo giorno. A questo assomiglia oggi il gruppo di Gelb, stretto nella sua ormai stabile formazione amerigo-scandinava: Lund al basso, Pedersen alla seconda chitarra, Dombernowsky alla batteria, più i contributi di Nikolaj Heyman e della giovane country-girl Lonna Kelley come seconda voce femminile. O, detto più prosaicamente, un alt-country suonato come da manuale, sempre aperto, contaminato, si, ma vieppiù temperato e aderente alla propria matrice tradizionale.

Country carezzevole e quasi da boudoir come in "Chunk Of Coal" e "No Tellin'", ritmato come nell'ironica riflessione sul tempo che passa e seppellisce i suoi eroi di "Fields Of Green" o nel western ferroviario, fra "Bonanza" e Johnny Cash, di "Ride The Rail", sferzante addirittura in "Brand New Swamp Thing", insieme talkin' e ballabile, dissonante e noir in "The Last One", roco caracollare waitsiano in "Spell Bound" o duetto honky-tonk un po' nostalgico in "Lucky Star Love". Il meglio viene serbato tra le movenze quasi post-rock di "Monk's Mountain": lunga, spossata, completamente strumentale, nel senso che la voce di Gelb, poco più che un sussurro, è solo uno strumento fra gli altri strumenti; nel gotico sudista che rievoca il miglior Nick Cave ("Better Man Than Me"), nella dura e cavalcante "Thin Line Man" - con Neil Young e i Velvet, manco a dirlo, come archetipi inossidabili - e nella pianistica e lo-fi "Love A Loser" (il controcanto della Kelley tenero fino alla commozione).

Gigante pensaci tu: e buone nozze d'argento a tutti gli appassionati.

(20/11/2010)

  • Tracklist
  1. Fields Of Green
  2. Chunk Of Coal
  3. The Last One
  4. Monk's Mountain
  5. Spell Bound
  6. Ride The Rail
  7. Lucky Star Love
  8. Thin Line Man
  9. No Tellin'
  10. Brand New Swamp Thing
  11. Erosion
  12. Time Flies
  13. Better Man Than Me
  14. Love A Loser
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