Gorillaz

Plastic Beach

2010 (Parlophone) | pop elettronico, hip-hop

L'ho sempre sostenuto ma nessuno mi credeva: Damon Albarn nell'ultima decade non si era smarrito, semplicemente teneva le sue canzoni migliori da parte, nascondendole in attesa del momento propizio per pubblicarle. Ci siamo sorbiti dieci anni di bonghi del Mali, di opera cinese e di pop lo-fi di serie C (e, diciamolo, anche i primi due Gorillaz, tolti i singoli, non erano un granché), ma finalmente l'ex-Blur si è risvegliato dal decennale letargo e ha dato alle stampe un lavoro degno del suo passato.

Agli albori del nuovo decennio la band a cartoni animati più famosa del pianeta aggiorna il suo suono all'epoca dei ripescaggi dance anni Ottanta e si circonda di un cast di leggende della musica rock, soul e hip-hop. Proprio quest'ultimo rimane la componente basilare della formula dei Gorillaz, ma non bisogna dimenticare che "Plastic Beach" è prima di tutto un album pop nel senso più genuino del termine, ossia una commistione di suoni, colori e immagini che svuota ogni genere musicale del suo contenuto e lo riversa in un frullato altamente digeribile per tutte le stagioni. Sentire il rap dei De La Soul sulla colazione in "Superfast Jellyfish" per credere, mentre Gruff Rhys dei Super Furry Animals sbuca fuori, intonando il ritornello più caramelloso della raccolta, come fosse un jingle pubblicitario.
Un profetico Mark E. Smith è ospite in "Glitter Freeze" dove bofonchia una manciata di versi e per il resto si limita a schivare i raggi laser di un synth analogico; ben più determinanti sono Lou Reed in "Some Kind Of Nature" e Yukimi Nagano (dei Little Dragon) in "To Bing", entrambi protagonisti di esaltanti duetti con Albarn.

La versatilità è la chiave di volta del disco, che spazia dall'hip-hop all'italo-disco anche all'interno dello stesso pezzo, come dimostra "Stylo", scintillante singolo trascinato da un basso testardo e accompagnato da un videoclip molto cinematografico; peccato solo per un'interpretazione un po' fuori luogo di Bobby Womack. Sulla scia del singolo, "Empire Ants" parte ballata tenue e lievemente psichedelica, ma poi evapora e lascia il posto a una coda dance memore dei Washed Out; il nuovo suono retrò ed eighties funziona anche nei pezzi più melodici, come nella ninnananna chillout di "On Melancholy Hill", che trova l'equilibrio perfetto tra zucchero e malinconia, o nell'indecifrabile miscuglio di surf e hip-hop della title track.

"Plastic Beach" è un ottimo album di canzoni e come tale va approcciato, assaporando la varietà e la fattura delle singole tracce e mettendo in secondo piano la continuità dell'opera. A livello sonoro c'è un evidente filo conduttore (i synth vintage, le chitarre sixties...) ma la scelta di affidare quasi tutti i pezzi a cantanti diversi (con esiti quasi sempre ottimi, salvo un paio di rap orripilanti in "Sweepstakes"  e "White Flag") va letta attraverso l'intenzione di creare una successione di piccoli gioielli pop, piuttosto che un album compatto. In questo Albarn ha fatto un pieno centro, un disco godibile, estivo e lievemente malinconico, con una gran quantità di pezzi azzeccati e poche cadute di stile.

(08/03/2010)

  • Tracklist
  1. Orchestral Intro (featuring Sinfonia ViVA)
  2. Welcome To The World Of The Plastic Beach (feat. Snoop Dogg and Hypnotic Brass Ensemble)
  3. White Flag (feat. Kano, Bashy and The National Orchestra For Arabic Music)
  4. Rhinestone Eyes
  5. Stylo (feat. Bobby Womack and Mos Def)
  6. Superfast Jellyfish (feat. Gruff Rhys and De La Soul)
  7. Empire Ants (feat. Little Dragon)
  8. Glitter Freeze (feat. Mark E Smith)
  9. Some Kind Of Nature (feat. Lou Reed)
  10. On Melancholy Hill
  11. Broken
  12. Sweepstakes (feat. Mos Def & Hypnotic Brass Ensemble)
  13. Plastic Beach (feat. Mick Jones & Paul Simonon)
  14. To Binge (feat. Little Dragon)
  15. Cloud Of Unknowing (feat. Bobby Womack and Sinfonia ViVA)
  16. Pirate Jet


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