GRAND LAKE - Blood Sea Dream

2010 (Hippies are dead)
alt-rock

Sarà un equivoco interminabile e deleterio o una dura constatazione quello per cui all’espressione dell’intelligenza umana debbano corrispondere i sentieri più impervi? Non risolve del tutto il dilemma questo esordio dei Grand Lake (tra i suoi membri uno dei Port O’Brien), intriso di un alone intellettuale alla ricerca, mai troppo dissimulata, di un estro sfuggente, che possa irretire l’ascoltatore e rendere molto più semplice il transfer verso i paesaggi mentali del gruppo. Anche nella presentazione della band californiana si invita a spezzare le redini che reggono il proprio “stallone interiore”, lo stesso che appare incamiciato in copertina: forse non c’era bisogno di questa annotazione per comprendere dove voglia andare a parare questo “Blood Sea Dream”.

La poetica del gruppo, così enunciata, rende facile risalire al tributo ai Wolf Parade del singolo di lancio “Louise (I Live In A Fantasy)”, in cui synth e sincopi ritmiche forniscono il carburante alla visionarietà allucinata di una (post)modernità accartocciata su se stessa, come negli incalzanti, boeckneriani accordi di lamiera. Quello che traspare potrebbe sembrare l’enfasi dianetica di una mente potenziata, l’impressione spontanea di un improvviso rilascio elettromagnetico: è in effetti credibile, pur nel suo essere variegato e imprendibile, lo sviluppo del disco.

Un po’ di Grizzly Bear nell’arpeggio di “Spark” che, nel suo ripetersi, intruppa la riflessione di Jameson Swanagon nell’inevitabile deflagrazione finale, grido di liberazione dai meandri interiori, per una nuova prigionia. Un po’ di Fleet Foxes nell’interazione tra cori sognanti e profumati volteggi chitarristici di “Carpoforo”. Su tutti emerge inarrestabile, alla fine, la teatralità drammatica di Win Butler (prima nel monologo accompagnato dagli archi di “Riderless Horse”, poi nelle progressioni viscerali di “My Father As A Forest Full Of Trees” e di “Concrete Blonde On Blonde (880 South)”, quest’ultima ai limiti del plagio).

Con la melodia i Grand Lake paiono avere un rapporto di distacco altezzoso, difetto che condividono con altri anche più navigati di loro e che ha portato a diversi buchi nell’acqua, nel corso di questi anni. Eppure, qualcosa viene fuori quando si lasciano andare, come nella ballata in tempo dispari di “Our Divorce”: perchè il talento compositivo c’è, probabilmente manca solo il coraggio di “uscire dal guscio”. Dimenticando magari certe pose – assai dubbia la necessità di inserire una pur ben riuscita dedica a Mesmer – ormai diventate un archetipo del rock indipendente canadese, poiché non v’è bisogno di sottolineare con grecismi e citazioni, peraltro prive di corrispettivi musicali, che il Canada rappresenta una delle prue del movimento musicale odierno, anche per chi non ne è nativo. È giunto il momento di crescere.

05/08/2010

Tracklist

  1. 1. It Takes A Horse To Light A House
  2. 2. Louise (I Live In A Fantasy)
  3. 3. Carpoforo
  4. 4. Black Cloud
  5. 5. Spark
  6. 6. Our Divorce
  7. 7. Oedipus Hex (Hwy 1 North)
  8. 8. Threnody For F.A. Mesmer
  9. 9. Riderless Horse
  10. 10. My Father As A Forest Full Of Trees
  11. 11. Concrete Blonde On Blonde (880 South)
  12. 12. Why Do You Lie To Me (Faggot Blues)

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