Helmet

Seeing Eye Dog

2010 (Work Song) | alt-rock, post-punk

Chiunque, accostandosi a "Seeing Eye Dog" degli Helmet, lo facesse con la speranza di ritrovare nelle tracce che lo compongono un barlume del genio rabbioso che aveva fatto risplendere le perle grezze del debutto "Strap It On" (1990) o quelle un pizzico più lavorate di "Meantime" (1992), è bene che sappia sin d'ora che rimarrà seriamente deluso. Perché il tempo è una brutta bestia e non risparmia nessuno, nemmeno chi, a suon di sfuriate post-hardcore, aveva riportato in auge la scena rock della East Coast negli anni dell'esplosione del Seattle-sound.

 

Del resto, gli Helmet non sono più gli stessi ormai da un pezzo, in tutti i sensi. Continui cambi di line-up (della formazione originale è rimasto solo il cantante/chitarrista Page Hamilton, da sempre il leader indiscusso del combo) e un progressivo cedimento alle leggi del mercato hanno portato la band a realizzare dischi sempre più scialbi, monocordi, vuoti. "Seeing Eye Dog" è forse il culmine di questo declino artistico, cominciato nel lontano 1997 con "Aftertaste" (album dopo il quale il gruppo si sciolse temporaneamente) e proseguito impietosamente con "Size Matters" (la rentrée del 2004) e "Monochrome" (2007).

Che anche quest'ultimo lavoro sia un buco nell'acqua lo si capisce subito. L'opener, "So Long", reca infatti con sé il tanfo fastidioso del manierismo, dell'artificiosità. Anche la voce di Hamilton appare sbiadita, priva di mordente: il nostro sembra un leone che vorrebbe ruggire, ma invece riesce al massimo a miagolare. Anche le bordate possenti della title track sono fumo negli occhi: dietro il riff stentoreo e le cadenze da cingolato si nasconde un'accozzaglia di stereotipi. Peggio fa la successiva "Welcome To Algiers", un grunge-pop che nemmeno i Foo Fighters più zuccherosi. "LA Water", invece, sfodera un bel groove e una melodia di matrice psych, che culmina in un maestoso crescendo finale. Peccato però che "In Person" si rimangi tutto, mettendo in scena un'altra emulazione di Dave Grohl, a conferma ulteriore dell'inarrestabile deriva commerciale della band.

 

"Seeing Eye Dog" però, oltre che esser piatto è anche un lavoro confuso. E lo dimostra appieno "Morphing", soundscape ambientale a base di elettronica e archi, con un'eterea vocalità femminile ad arricchire una partitura che suona come una banale imitazione dei Sigur Rós e appare quantomeno fuori luogo in un disco del genere. "White City" prova a risollevare le sorti dell'album, ma il suo riff truce e maschio, dall'incedere pesante, cela ancora una volta una propensione al melodismo più stucchevole, che si tradisce nel ritornello. "And Your Birds Can Sing", cover dei Beatles, è semplicemente orrenda (oltre che, di nuovo, del tutto fuori posto), mentre "Miserabile" e "She's Lost", pur dannandosi l'anima, non riescono a graffiare.

 

Cala così il sipario sul disco (il settimo di studio), consegnandoci ancora una volta l'immagine di una band stanca e priva di idee. Hamilton, prima ancora che il talento, sembra aver smarrito completamente la voglia. Stando così le cose, forse sarebbe meglio chiudere il capitolo Helmet e cominciarne uno nuovo.

(30/11/2010)

  • Tracklist
  1. So Long
  2. Seeing Eye Dog
  3. Welcome To Algiers
  4. LA Water
  5. In Person
  6. Morphing
  7. White City
  8. And Your Bird Can Sing
  9. Miserable
  10. She's Lost
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