OndaRock



  1. Drive My Car (The Beatles)
  2. I Can't Stand It (The Velvet Underground/Lou Reed)
  3. Big Sky (The Kinks)
  4. The Crystal Ship (The Doors)
  5. (You Gotta) Fight For Your Right (To Party!) (Beastie Boys)
  6. Damaged Goods (Gang Of Four)
  7. Love Is The Drug (Roxy Music)
  8. Bike (Pink Floyd)
  9. Pump It Up (Elvis Costello)
  10. The Lovecats (The Cure)
  11. Queen Bitch (David Bowie)
  12. E.M.I. (Sex Pistols)
  13. Up The Junction (Squeeze)
  14. West End Girls (Pet Shop Boys)
  15. Mirror In The Bathroom (The Beat)



HOT RATS

Turn Ons
(G&d) 2010
rock
È sempre l'anno dei dischi di cover, solo a pensarci. E dopo il controverso ultimo (e ossificato) Peter Gabriel arriva questo buffo e programmaticamente disimpegnato (sia detto in senso buono e lodevole) progetto collaterale di quelle teste matte dei Supergrass. O meglio di due quarti della suddetta band, vale a dire il cantante e chitarrista uomo-lupo Gaz Coombes e il batterista Danny Goffey (con l'aiuto del vecchio sodale Nigel Godrich, dietro i banchi del mixer). Una sorta di incasinatissimo passatempo architettato dai due per ingannare la pausa forzata imposta alla band dal grave infortunio sonnambulistico occorso al bassista Mick Quinn (altro virtuoso passatempo da menzionare è anche quello della pacchiana band neo-glam Diamond Hoo-Ha Men, dal titolo dell'ultimo invero non riuscitissimo album degli oxfordiani, che per ora si è limitata a qualche sporadica apparizione live).

Dietro la denominazione zappiana dell'impresa, si cela un gioco goliardico che è sfuggito di mano e si è tramutato in un disco, in un'epoca in cui, del tutto evidentemente, pubblicare un album non costa più nulla a nessuno, in fin dei conti. "Turn Ons" non è infatti altro che una collezione tascabile di canzoni, a misura di mixtape gualcito, infarcita fino a scoppiare di quelle che sono le idiosincratiche predilezioni musicali dei nostri. I brani scelti parlano da soli: dai Doors ai Roxy Music, passando per gli immancabili Elvis Costello, Kinks, Squeeze, Cure, Bowie o Velvet Underground, sembra quasi di scorrere la stortignaccola tracklist scarabocchiata con la biro di una cassettina regalo da confezionare meticolosamente per se stessi, ripercorrendo le ramificazioni più dense e pregnanti del proprio albero rock-genealogico in forma di playlist artigianale fai da te.

Come gli acchiappafilm male in arnese e perdigiorno di Gondry, anche Coombes e Goffey risuonano e ricostruiscono in economia di mezzi ma con appassionata dedizione la propria cineteca del rock, assemblando episodi e aneddoti sparsi con il più classico degli esercizi della memoria. Per lo più rimangono abbastanza fedeli allo spirito e alle necessità degli originali (ad esclusione forse del leggendario inno dei Beastie Boys), a tratti non sembrano nemmeno i Supergrass che (ri)suonano i propri gruppi preferiti quanto piuttosto i loro gruppi preferiti che (ri)suonano i Supergrass, e quello che ottengono è alla fin fine un cimelio o un gradito souvenir finto esotico per i membri onorari del clan supergrassiano.

(07/03/2010)