Jennifer Gentle

Concentric

2010 (A Silent Place) | psych-rock, avantgarde

Dai tempi dei Carcers, e poco più avanti dell’indie-label patavina SillyBoy, il nucleo psych dei Jennifer Gentle ha visto parallelismi, scissioni e moti concentrici. Come in un big-bang, scaturito dall’equilibrio magico raggiunto dal capolavoro di “Funny Creatures Lane”, ancora su SillyBoy, e i primi contatti internazionali derivanti da ristampe, tour e collaborazioni importanti, e last but not least, dal contratto con la Sub Pop, la band è stata sottoposta a una sorta di fissione subatomica.

In primis è toccato alla line-up, inizialmente assottigliata fino alla coppia ideatrice Marco Fasolo-Alessio Gastaldello, i veri nomi tutelari di “Valende”, quindi lasciata al solo Fasolo per “Midnight Room”, mentre l’originario Gastaldello prosegue all’insegna della kosmische più pura con la sigla Mamuthones (“Sator”; Boring Machines, 2010). Quindi l’etichetta: ormai dimessa la mitica SillyBoy, i Jennifer Gentle diventano un affare classicamente schizofrenico, conteso tra melodia e sperimentazione. Alla Sub Pop va dunque la prima, la questione dello smussamento verso il formato canzone (cfr. “Midnight Room”); all’italianissima A Silent Place spetta invece la traiettoria acid-rock avventurosa, come dimostrano le prime produzioni per il progetto di Fasolo: “A New Astronomy”, le “Sacramento Sessions” e il raro “Live In The House Of God”.

“Concentric” appartiene senz’altro alla seconda categoria. Già “Valende” aveva un’idea di struttura a spirale: gli elementi più facili che circolavano e si diradavano verso una piece centrale di ricerca (“Hessesopoa”). “Concentric”, di fatto una lunga suite improvvisata all’insegna di rumori elettronici tanto Stockhausen-iani quanto infantili, libere sortite spaziali alla Sun Ra e battiti imperterriti, è come se riprendesse in lungo e in largo quell’idea, senza più alcun artificio di sorta, una versione super-ampliata di “Hessesopoa” (sia come proclama teorico che come sostanza musicale), o una versione ultraterrena di "Aura" di Miles Davis (un'altra suite in più movimenti con un "tono" per ciascun movimento). Nessun abbaglio di compiacenza, nessuna contaminazione col melodismo psych-pop sembrano inquinare la purezza di questi esperimenti.

 

"Key", "Melt", "Land", "Yell" e "Scar" sono brevissimi etudes. "Key" è un breve crescendo psichedelico per rullata e galassie. "Land" è una fluttuazione statica di stridori elettronici. "Melt" giochicchia tra stramba musique concrete e percussioni puerili in stereofonia ("Scar" ne è la sua versione demonica), e "Yell" impagina effetti sonori assortiti.

 

Sono soprattutto piccoli episodi che si comportano come surreali preamboli e/o raccordi, pretesti per adornare le tre piece di ampio respiro. Una volontà intransigente partorisce “Neon” (16 minuti), una della punte alte di montaggio cinetico di Fasolo. Percussioni distanti, che via via sviluppano una promenade africana, e un organo lugubre, che via via sprigiona una sfilata di rantoli, allucinazioni, ruggiti, deformazioni e echi, interagiscono tra di loro in una maniera più subliminale che fisica. Al sesto minuto la pantomima diventa incubo in tre dimensioni, spazializzandosi come un lattice al rallentatore che procede per scoppi e collassi. Gli ultimi 5 minuti sono una concertazione Klaus Schulze-iana di tensioni visionarie anti-armoniche (organo atonale, distorsione terroristica, bolle cosmiche) e anti-ritmiche.

 

In "Hunt" sussiste una sonata per caos drogato alla Red Crayola e uragani siderali alla Sun Ra. Dopo un breve silenzio di ticchettii, le percussioni altamente riverberate alzano di volume portando il tutto a un superiore livello di free-jazz elettronico. Gli 11 minuti di "Halos" dischiudono una nuova zona cosmica di ambient atonale cacofonico che rievoca tanto l'"Ummagumma" dei Pink Floyd quando "Atem" dei Tangerine Dream, ma raggelato da radiazioni, fischi, oscillazioni e distorsioni e tonfi, sciorinando di quando in quando elementi puramente non-sense. Con queste tre piece, i Jennifer Gentle si lasciano definitivamente alle spalle gli stereotipi di revival psych per addentrarsi nella riorganizzazione di suono dei compositori colti.

 

Tanto scomposto quanto rantolante, criptico al punto da togliere un po' troppo spazio all'emotività, è un disco che mette in riga tutte le precedenti sperimentazioni di Fasolo (che si è chiuso in studio con i soli Liviano Mos, con synth e flauto, e Paolo Mongardi alle percussioni acide, e al massimo le linee vocali di Andrea Garbo in “Yell”), dapprima solamente capricciose, mentre qui determinate a raggiungere l’acidità suprema, persino seriosa e senza meta apparente. Registrato totalmente in presa diretta, e in analogico (all’Ectoplasmic Studio).


(13/04/2010 - rev. 14/01/2011)

(13/04/2010)

  • Tracklist
  1. Key
  2. Land
  3. Neon
  4. Melt
  5. Hunt
  6. Scar
  7. Halos
  8. Yell
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