Alain Johannes

Spark

2010 (Ipecac / Rekords Rekords) | songwriter, alt-rock

La rielaborazione del lutto e la ricerca di un senso ultimo delle cose nei piccoli riflessi di luce e nei tanti coni d'ombra: "Spark", pubblicato durante l'autunno 2010 negli Stati Uniti e ora distribuito in Europa dalla Rekords Rekords di Josh Homme (Queens Of The Stone Age, Kyuss), in collaborazione con la Domino, rappresenta la più limpida - costernata? - coabitazione sonora di questi due fattori. È, infatti, la morte improvvisa della moglie Natasha Shneider, partner anche sul versante musicale nei noti Eleven, che molti di voi ricorderanno come special guest dei Soundgarden a Milano nell'autunno 1996, a spingere Alain Johannes a cercare conforto e catarsi nel suo primo lavoro solista.

 

Personaggio decisamente sui generis, che spicca per la sua indiscutibile versatilità e per i suoi encomiabili virtuosismi strumentali, Johannes può annoverare nel suo curriculum vitae molteplici collaborazioni in qualità sia di musicista che di produttore con i Queens Of The Stone Age (soprattutto in "Songs For The Deaf" e in "Lullabies To Paralyze"), Chris Cornell (in "Euphoria Morning"), Mark Lanegan e con molti altri protagonisti della cosiddetta scena grunge degli anni 90. Josh Homme dichiara - senza mezzi termini - che la sua ispirazione sarebbe stata alquanto carente senza il supporto di questo corpulento singer dalle origini cilene. Ma, probabilmente, l'ispirazione è reciproca, se teniamo conto dell'aura desertica che avvolge "Spark" nella sua interezza.

Il disco solista di Johannes si pone propriamente nel mezzo tra lo spirito malinconicamente guascone, che emerge dalle ballate dei Queens Of The Stone Age (penso soprattutto a "Mosquito Song"), e le armonie arsura-Mississippi-zanzare-birre calde, proprie di "Give Us Barabbas" dei Masters Of Reality.

 

Tra lo scanzonato (Josh Homme) e l'introspettivo (Chris Goss): Alain Johannes rappresenta la versione cantautorale dello stoner-rock, la nostalgia che si abbevera alla fonte desertica del distacco esistenziale dalle cose e che si nutre di una visione del mondo in cui luna, mare e nuvole hanno intrinsecamente più valore di una qualsiasi divinità comunemente riconosciuta.

Nove minute storie narrate dalle sole chitarre acustiche, dall'ukulele, dalle percussioni (usate però con parsimonia) e dalla voce spirituale, roca, disincantata del cantante americano. Una notte in cui la perdita si materializza tra le stelle che illuminano il deserto (il misticismo secolarizzato di "Speechless"), un flusso di coscienza che perviene al significato ultimo di lancinante dolore nel cuore della mattina ("Unfinished Plan"): "Spark" sublima il lutto nel punto di convergenza tra voce e chitarra acustica, ma lo fa non secondo il cliché strappalacrime.

 

Qui, i ricordi, le invettive contro il destino, i rimpianti traspaiono all'interno di un dipinto in cui l'oscurità ha sempre la luce come propria sicura ancella. E così "The Bleeding Whole" è una filastrocca tragica, il cui candore potrebbe renderla al tempo stesso una quieta, dolce ninnananna; "Gentle Ghosts" una folk-song che non stonerebbe in una festa popolare britannica. Ogni singola nota si muove armonicamente, in modo delicato e gentile, scoprendo la propria finalità ultima nei due capolavori del disco: l'opener "Endless Eyes", materializzazione sonora del concetto "c'è sempre una luce al fondo del tunnel" secondo i tipici dettami Queens Of The Stone Age, e la demonica "Make God Jealous", nella quale Johannes stabilisce un mistico sodalizio tra un cantato tenebroso e visionario e un virtuosismo chitarristico quasi esotico.

 

Deserto, misticismo, dolore scanzonato: "Spark" è passione arsa dal destino, disincanto che non rinuncia al sacro. Un piccolo, timido gioiello di vita vissuta, quasi consumata, che ci ricorda nella sua breve durata il senso ultimo del concetto "canzone".

(15/06/2011)

  • Tracklist
  1. Endless Eyes
  2. Return To You
  3. Speechless
  4. Make God Jealous
  5. Spider
  6. The Bleeding Whole
  7. Gentle Ghost
  8. Unfinished Plan
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