Smentendo un antico adagio anglosassone, a volte non è sbagliato giudicare un libro dalla sua copertina. La stessa cosa può valere, naturalmente, con la copertina di un album. È il caso di “Koyo”, quarto lavoro in studio degli inglesi Junkboy: un acquerello appena abbozzato, su sfondo bianco, raffigurante una solitaria altalena circondata da foglie verdi e rosse, quelle che sono portate dal vento l’autunno, e una scritta discreta. A ciò si aggiunga che il titolo dell’album, “Koyo” appunto, è un termine giapponese che indica (per quanto la traduzione possa essere approssimativa) una delicata luce solare. Non serve molto altro, così, per delineare l’immaginario e le tematiche che fanno da cornice a questa nuova prova dell’originale quanto misconosciuta band anglosassone.
Formatisi a Southend-on-Sea, nell’Essex, alla fine degli anni Novanta, ma presto spostatisi a Brighton, i Junkboy, composti dai fratelli Mik and Richard Hanscomb e da Ryan Oliver, coadiuvati in studio da un sempre crescente numero di musicisti, avevano, finora, prodotto tre album caratterizzati da un folk psichedelico vagamente progressivo, fortemente virato verso lo sperimentalismo post-rock e corroborato da un agile uso dell’elettronica. Tali scelte stilistiche, privilegiando l’estro alla melodia e la ricercatezza all’immediatezza, hanno reso il suono della band molto personale e originale, ma non sempre del tutto a fuoco.
Il nuovo lavoro, al contrario, segna un drastico avvicinamento dei Junkboy al pop di matrice americana e al folk inglese più tradizionale, risultando, pertanto, ben più accessibile e diretto. Soprattutto nella sua prima parte, “Koyo” si palesa delicato e autunnale, con brani di impatto immediato e melodie, dipinte in tonalità pastello, subito riconoscibili, che emanano sentori di caldarroste e terra umida.
Sarebbe un errore, tuttavia, pensare a questo album come l’ennesimo esempio di folk blandamente diafano, con chitarre timide e voci suadenti. Mick e Richard Hanscomb (quest’ultimo molto vicino al Wilkommen Collective, le cui influenze in “Koyo” sono piuttosto evidenti), hanno piuttosto preferito rendere etereo e delicato il loro sound non agendo per sottrazione, come spesso accade in questi casi, ma sovrapponendo strumenti e stili. Ne risulta un suono corposo, ma mai ridondante, rarefatto e raffinato ma non impalpabile, grazie soprattutto alla maestria e all’estrema misura degli arrangiamenti e a una produzione che ha privilegiato la strumentazione organica rispetto a quella elettronica. Sorprendentemente, così, il riferimento più prossimo, oltre al già citato Wilkommen Collective (Leisure Society, Climbers…), risulta essere il suono di Canterbury, seppur ridotto all’osso, prosciugato dai barocchismi e condito con vocalità sognanti e aggraziate.
La varietà degli strumenti usati, poi, regala alle singole composizioni personalità e riconoscibilità. Ne sono un esempio solare gli archi nel pastorale intro strumentale “Firth”, il flauto che impreziosisce il ritornello di “Home”, o ancora la seducente tromba che anima il sontuoso singolo “Friends (Part 2)” e le cristalline tessiture per voce maschile e femminile, che si rincorrono nella elegiaca “Pieces In The Sky”. Così come particolarmente distintiva risulta la chitarra distorta che nella parte finale di “Present” – delizia cantata interamente in giapponese – devia l’andamento del brano che, da placido e sussurrato, si fa, improvvisamente, straniante. Unici evidenti rimandi al suono sperimentale del passato rimangono i due strumentali posti al centro e in chiusura di programma (“Dr. Rendezvous” e “Tones X”) che, non a caso, non convincono pienamente, affastellando suoni e idee senza la sobrietà e la linearità delle altre composizioni.
Senza dubbio, comunque, i fratelli Hanscomb e il loro collettivo di musicisti sono riusciti, con “Koyo”, a creare un fragile e aggraziato compendio di musica pop, un po’ demodé e probabilmente così sofisticato e forbito, così poco rumoroso e appariscente, da correre il rischio di passare, in maniera assolutamente ingiusta, quasi inosservato.
14/11/2010