Kaki King

Junior

2010 (Rounder) | pop-rock

Taglio di capelli sbarazzino, trucco più accentuato, gli occhiali dalla spessa montatura abbandonati per sempre sul comodino: Katherine King, per il mondo intero Kaki, non dà più l’impressione della coraggiosa esordiente intrappolata nel corpo di una ragazzina dal fascino indie-nerd. E’ adulta e anzi cresciuta in molti sensi, come testimoniano ben cinque album solisti dal 2003 ad oggi, “Junior” incluso, lungo i quali si snoda tutta la sua verve creativa (sempre con esemplare discrezione). Un percorso fatto di meritati successi, dal passaparola su Youtube, e in generale nella rete web, sino alla consacrazione alt-pop degli anni più recenti che l’ha finalmente liberata dalla mal sopportata immagine di “chitarrista-femmina-prodigio”.
Il virtuosismo sfrenato dei suoi esordi è stato infatti un ottimo espediente per guadagnarsi l’attenzione del pubblico, ma nel giro di poco la giovane artista ha sentito l’esigenza di dimostrare di avere un’anima più tenera. E con lo scorso “Dreaming Of Revenge” ha senz’altro vinto la battaglia: un album, quello di due anni fa, di fotografie sonore cullanti e profondamente personali, arrangiato con cura e ricco di morbide fragranze acustiche.

“I've become someone else, someone new”, incalza il brano d’apertura della sua ultima fatica: più chiaro di così non poteva essere, il ritornello di “The Betrayer”. La fedele e consunta Ovation di sempre passa la parola alla chitarra elettrica, vera protagonista della virata pop-rock di “Junior”, con cui Kaki si è ritrovata, dice lei stessa, a ricominciare spontaneamente da capo, a intraprendere qualcosa di nuovo come una naturale conseguenza del suo passato discografico; una evoluzione che, specifica, è da sempre soggettiva e non commerciale, indirizzata a un progressivo esame dell’ego piuttosto che a un semplice travalicamento dei precedenti confini.
Non è difficile crederci, perché a conti fatti anche questo album della King suona spontaneo, si svincola ancora una volta dalle costruzioni a tavolino nell’autentica volontà di un rinnovamento stilistico. La discussione è lecita, piuttosto, se ci chiediamo quali siano gli effetti della nuova formula dal punto di vista della qualità dei singoli brani, o più in generale del piacere d’ascolto. C’è di certo più immediatezza, già dai primi minuti del disco, meno ponderazione e più istinto, distorsioni e batteria pressoché costante (finanche invadente); purtroppo però il caratteristico arpeggiato di Kaki diviene unicamente funzionale al complesso ritmico e melodico, piuttosto che singolo elemento espressivo tout-court.

E’ ciò che accade in “Spit It Back In My Mouth”, dichiaratamente ispirata ai Cure (?), che rende palese come la chitarra non sia più il parallelo (o addirittura il sostituto) della voce, bensì un elemento che fa da comune sfondo al cantato. Va detto inoltre che quest’ultimo, nella nuova veste stilistica, sembra non appartenere del tutto alla King, creando un effetto poco naturale quando non stonato – specie sui ritornelli in stile punk melodico moderno. I falsetti di “Falling Day”, alternati alle strofe in tono più “maschio”, si rivelano una scelta imbarazzante e più che mai fuori dalla sua portata, determinando il vero punto debole del nuovo progetto.
Il discorso è in parte analogo per i brani strumentali che punteggiano l’album (come “Everything Has An End, Even Sadness” e “My Nerves That Committed Suicide”, dalle tinte quasi post-rock) che, per quanto minimali e vellutati all’ascolto, danno l’impressione di trovarsi fuori posto in un contesto chiaramente più rock rispetto ai lavori precedenti, provocando una certa incoerenza interna allo svolgimento.
Il ritorno acustico, per fortuna, avviene con successo in “The Hoopers Of Hudspeth”, una intima ballata dove Kaki torna a cantare con la suadente voce che tanto ci affascinava: un episodio d’intensità esemplare, impreziosito da echi di tremolo e linee leggere di tromba. In seguito continua l’alternanza di toni, dalla freschezza pop di “Communist Friends” a un riff energico e maideniano come quello di “Death Head”, per poi placarsi di nuovo nel triste epilogo di “Sunnyside”, (in)quieta canzone dell’amore perduto.

Qualcuno potrebbe senz’altro definirlo uno stile variegato, ma il risultato complessivo dà più l’idea di un calderone senza epicentro: scorrevole, grintoso e a tratti pure danzereccio ma, a dispetto di tutto, privo di vero mordente. Un album che, più che a una caduta di stile, somiglia a una svalutazione delle proprie capacità, che sin dal principio eravamo certi che Kaki King avesse e abbia tuttora. Ma la voglia di tornare alla scrittura ribelle e innocente dell’adolescenza – da qui il titolo dell’album – non può essere considerata, giustamente, un passo avanti.

(24/04/2010)

  • Tracklist
  1. The Betrayer
  2. Spit It Back in My Mouth
  3. Everything Has an End, Even Sadness
  4. Falling Day
  5. The Hoopers of Hudspeth
  6. My Nerves That Committed Suicide
  7. Communist Friends
  8. Hallucinations From My Poisonous German Streets
  9. Death Head
  10. Sloan Shore
  11. Sunnyside
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