Laura Marling

I Speak Because I Can

2010 (Virgin) | folk-pop, songwriter

Dopo un paio di anni tormentati sotto il profilo sentimentale (relazione anche "lavorativa" con Charlie Fink dei Noah And The Whale, interrotta per iniziarne un'altra con Marcus Mumford), Laura Marling torna con un album basato sull'idea, quanto mai impegnativa, della "responsabilità di essere donna". Col che ci si trova di fronte a un disco a volte imbronciato, uggioso, a volte spavaldo, già definito "maturo" da chi si è affrettato a scorgere i crismi del capolavoro. Senza dubbio la Marling ostenta una personalità assolutamente promettente, per una che ha da poco varcato la soglia dei venti: la sua è una scrittura classicheggiante che sa, alle volte, ancora di maniera ("Beaten, battered, and cold/ My children will live just to grow old/ But if I sit here and weep/ I'll be blown over by the slightest of breeze", da "Alpha Swallows").

"I Speak Because I Can", in realtà, non ospita spunti melodici di rilievo. A partire dal singolo d'apertura ("Devil's Spoke"), che vorrebbe essere un'ammaliante evocazione blake-iana, una danza intorno al fuoco accesa da un crescendo di banjo e archi, che si affida per di più a un'introduzione ambientale per cercare di imporre le proprie immagini di racconto allucinato e "letterario" ("And then life itself can not aspire/ To have someone be so admired/ I threw Creation to my King/ Have the silence broken by a whispered wind"). Uno sforzo assai banale, una melodia prevedibile in cui la Marling mostra alcuni limiti vocali, che l'arrangiamento carico e la progressione corale non riescono a coprire.
Sprazzi mumfordiani che appartengono al disco e che testimoniano qualcosa di più di un breve scambio di idee (si vedano le code di "Rambling Man", "Alpha Swallows","Darkness Descends" e "I Speak Because I Can"). Il campo è in realtà condiviso con la precedente esperienza dei Noah, quando affiorano aperture di violino (la discreta "Blackberry Stone"), se non orchestrali ("Goodbye England (Covered In Snow)"). Con risultati decisamente più convincenti, soprattutto in quest'ultimo pezzo: arioso, cullante quadretto dalle fresche sensazioni, confessione diretta in cui la Marling si lascia andare, gettando la maschera di giovane musa ("You were so smart then/ In your jacket and coat/ And my softest red scarf was warming your throat").

Quest'ultimo lavoro della cantautrice inglese, insomma, ha decisamente poco da spartire con il bell'esordio di "Alas I Cannot Swim", non ne condivide né l'ispirazione né la capacità di variare registro, la cura e l'attenzione con cui quel primo disco è stato composto, in fin dei conti. Soprattutto, pare un'involuzione sul piano della personalità, che tanti pongono come scudo impenetrabile di fronte alla carriera della Marling. La quale, in realtà, si può ben permettere una prova acerba come questa. Non è così deprecabile, infatti, vederla barcamenarsi tra compitini cantautorali tra Drake e la Mitchell ("Made By Maid", "What He Wrote"), cercando di valorizzare le sue composizioni con qualche abbellimento, come il pizzicato birdiano che l'accompagna nell'incipit di "Alpha Swallows".
Forse non si tratta di un eccesso di sicurezza, quello che ha portato alla delusione di questa seconda uscita, forse si tratta solo di un piccolo passo falso, come possono capitare a tutti. Vogliamo crederlo, in attesa che Laura ricambi la nostra fiducia.

(21/03/2010)



  • Tracklist
1. Devil's Spoke
2. Made By Maid
3. Rambling Man
4. Blackberry Stone
5. Alpha Shallows
6. Goodbye England (Covered In Snow)
7. Hope In The Air
8. What He Wrote
9. Darkness Descends
10. I Speak Because I Can
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