Manic Street Preachers

Postcards From A Young Man

2010 (Columbia) | pop-rock

I Manic Street Preachers tornano poco più di un anno dopo l'ottimo "Journal For Plague Lovers", realizzato sfruttando gli ultimi residui dell'immaginario dello scomparso Richey Edwards, in termini sia di testi ancora inutilizzati che di illustrazioni realizzate dallo stesso artista. Quel disco era, quindi, necessariamente ispirato alla rabbia che ha contraddistinto il primo periodo della carriera della band gallese, mentre questo "Postcards From A Young Man" si muove su territori molto diversi, proponendo un suono molto più pulito e morbido. La sezione ritmica, spesso un punto di forza dei migliori momenti del gruppo, si limita a tenere il tempo nel modo più misurato e regolare possibile; le chitarre hanno sempre un suono smaccatamente limpido e levigato; c'è una costante presenza di archi lungo tutta la durata del disco, utilizzati un po' come era avvenuto in uno dei loro picchi di sempre, ovvero il singolo "A Design For Life"; la voce di James Dean Bradfield punta anch'essa alla pulizia come dogma, e della sua capacità di graffiare qui non c'è nemmeno traccia, anche perché, in più di un episodio, vi si accompagnano massicce controvoci, realizzate da un vero e proprio coro gospel. Naturalmente anche il songwriting ha lo stesso spirito, aderendo quindi in modo molto serrato alla forma canzone tradizionale, mentre i testi rinunciano alle violente sferzate contro il mondo esterno, preferendo concentrarsi su tematiche relative all'interiorità umana.

Non è la prima volta che i Manics si propongono in questa veste più convenzionale e contemplativa: negli episodi precedenti non sono mai arrivati a coinvolgere come nei loro dischi più rubidi e spigolosi, ma hanno comunque quasi sempre soddisfatto in virtù di un'ottima ispirazione melodica, che da sola riusciva a rendere l'ascolto sempre interessante. Già con il disco del 2006 "Send Away The Tigers", però, si registrava una drammatica mancanza da questo punto di vista, e qui la situazione, se possibile, è ancora più pesante: l'unico brano che, tutto sommato, si mantiene piacevole e fresco, al di là della ricchezza del suono, è il singolo "(It's Not War) Just The End Of Love", per il resto è tutto troppo scontato e prevedibile, di modo che il disco si trascina brano dopo brano con grande stanchezza.

Che ci si imbatta nel pop quasi marziale della title track o in quello che strizza l'occhio allo stadium rock di "Golden Plattitudes", nell'estremizzazione del citato utilizzo di archi e controvoci in "Some Kind Of Nothingness" - che vede la partecipazione di Ian McCulloch - o in momenti più elettrici e tirati come il ritornello di "Auto Intoxication" e l'intera "A Billion Balconies Facing The Sun", non si riscontra nient'altro in grado di trascendere la pulizia formale e scuotere dal diffuso torpore emotivo. "All We Make Is Entertainment" dice il titolo di una di queste canzoni, e purtroppo questa frase può essere riferita ai Manics attuali, utilizzandola, purtroppo, nel senso negativo del termine.

Da dopo "Lifeblood", disco ancora più spudoratamente pop, ma che godeva di una grande carica emozionale, il trio che dal 1995 rappresenta i Manic Street Preachers non riesce a trovare la necessaria vitalità, conseguita invece soltanto nei casi in cui ha potuto avvalersi di aiuti esterni, ovvero i citati lasciti di Edwards. Le ultime due volte in cui Nicky Wire, James Dean Bradfield e Sean Moore hanno dovuto arrangiarsi da soli, hanno fallito in entrambi i casi; e se è vero che manca un ulteriore indizio per fare la prova, le speranze alimentate dal bel lavoro dell'anno scorso sembrano destinate inesorabilmente a spegnersi.

(23/09/2010)



  • Tracklist
  1. (It's Not War) Just The End Of Love
  2. Postcards From A Young Man
  3. Some Kind Of Nothingness
  4. The Descent (Pages 1 & 2)
  5. Hazleton Avenue
  6. Auto-Intoxication
  7. Golden Platitudes
  8. I Think I've Found It
  9. A Billion Balconies Facing the Sun
  10. All We Make Is Entertainment
  11. The Future Has Been Here 4 Ever
  12. Don't Be Evil
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