Una
lunga migrazione di questo suonatore di strada, partito dalle strade di Copenhagen,
porta fino a noi il suo misconosciuto esordio: "Travels In Lowland". Viaggia,
viaggia, questo disco, una sgangherata avventura pedestre nel sole delle piane
d'Europa ("In The Sun"), un po' carovana, banda dell'Est, in rotta verso il
successivo spettacolo di piazza, un po' danza notturna di barbari e streghe
("Gør Hvad Du Sagde Du Vil Gøre En Dag").
Tutto da solo, però, una chitarra, una grancassa, un cembalo, un flauto: Bjarke
Bendsten è una piccola figura ciondolante per campi di grano spazzati dal sole,
novello "buon selvaggio" armato di sorrisi smaglianti e capelli scompigliati.
Un Alex Supertramp musicale che ha composto un'opera frizzante, espressione di
un'estate dell'anima, una gioventù esuberante e dimentica. Assediato dai
postumi dell'ebbrezza di una libertà insospettata, The Migrant impersona per un
po' il Darnielle più caustico ("Beans"), in altre occasioni un Andrew Bird
adolescente, come nei melliflui rapimenti fleetfoxiani
di "The Migrant".
Un'ode solitaria, alla
scoperta degli elementi, dispiegati come accoglienti primizie nel chiarore
albeggiante di "Don't Turn Tidal Wave": "Hey summer tidal wave I know you can't
stay/Hey summer tidal wave please take me in/Oh so light you seem, danger you
can't be, you bring parts of me, what did Luna keep?".
Delle luci e delle ombre
del viaggio iniziatico di Bendsten rimane un grande gusto pop, espresso con varietà
espressiva non comune. Squilla, come nell'entusiasmo di una partenza, l'ukulele
di "Nothing But Clues", risposta istintiva e fresca - per davvero - ai Mumford And
Sons; si dimena in un crescendo irresistibile la poesia fiabesca di "The Organ
Grinder", e qui torna la distinta nota beirutiana
del Nostro.
Davvero tanto, o perlomeno abbastanza da farci dispiacere di avere accolto The
Migrant così tardi, senza la scusa, ormai, della latitudine. Sarà per la
prossima estate, Bjarke.
(31/01/2011)


