Duo nativo dell’Ontario (Canada) composto da Paul Saulnier (voce, chitarra e synth a pedali) e Ben Nelson (batteria), PS I Love You debutta su lunga distanza con “Meet Me At The Muster Station” dopo la consueta sfilza di uscite brevi (tra cui uno split con i Diamond Rings).
Il timbro malleabile del corpulento frontman, la chitarra tanto impeccabile macina di riff quanto mitraglia di girandole barocche, i sovratoni estatici del synth e le frustate tribali di sottofondo sono tutti elementi che imbastiscono un caleidoscopio di canzoni-schegge mutanti e improbabili.
Due minuti di selvaggio shuffle Rolling Stones-iano della title track introducono l’opera; altri elementi diabolici dei Rolling Stones, quale il richiamo da giungla alla “Last Time”, il ruggito da shouter del cantante e il controtempo sferragliante della batteria, si ritrovano nello scontro suicida di “2012”. “Breadends” e soprattutto “Little Spoon” (anche più comica con i suoi accordi scampanellanti) sono quasi versioni angeliche del garage-rock alienato dei Pere Ubu.
Le qualità religiose (ma dissonanti) del synth a pedali sono fatte contrastare, e quindi detonare alla massima potenza, nel power-pop minorato alla Pixies di “Cbez” e nella gloriosa “Scattered”. Di più ancora, “Butterflies & Boners”, una bruma inerte su battito pellerossa che poi degenera in un refrain che sbeffeggia la musica minimalista, è analfabetismo musicale suonato da un virtuoso. La più melodica e la più semplice di queste pallottole, “Facelove”, s’incanta dapprima in vapori solenni e poi in una jam in progressione vorticante. La chiusa, una reprise rallentata della title track iniziale, è l’ultimo ritrovato in fatto di inni shoegaze.
Ogni canzone dell’album, che in totale dura mezz’ora giusta, flirta con gli ovvi modelli di Arcade Fire e Wolf Parade, ma se ne distanzia alla velocità della luce per arrivare un livello superiore di zeitgeist, grazie alle capacità d’interpretazione passionale, alla fantasia kitsch, alla secchezza del ritmo, alla robustezza dei congegni armonici e ritmici, all’intensità sprintante. A una sequenza di brani a incastro azzeccatissima. Per una volta non c’è l’hype che ha fatto da portantina a tanti e tanti act del rock alternativo canadese: una boccata d’ossigeno.
05/11/2010