Robyn

Body Talk Pt.1

2010 (Konichiwa/ Interscope) | electro-pop

Storia che ha dell'improbabile quella della svedese Robyn; nata come stellina teen-pop sul finire degli anni 90 con alle spalle produttori come Max Martin (Backstreet Boys, N'Synch e Britney Spears), preferisce abbandonare prematuramente quella scena, e con lei il successo a stelle e strisce, per rifugiarsi nella natia Svezia ed entrare gradualmente nel giro dei musicisti/produttori scandinavi di maggior tendenza (Kleerup, The Knife e Röyksopp).
A suggello di questa evoluzione un disco, l'omonimo del 2005, che lentamente riuscirà a ottenere un buon successo anche al di fuori del mercato nord-europeo e che verrà salutato dalla stampa più titolata, e su ambo le sponde dell'Atlantico, come uno di migliori album pop del decennio. Immeritatamente, a parere di chi scrive, perché se da un lato il connubio tra electro-pop e r'n'b che permeava le sue tracce era effettivamente interessante, seppur non inedito, dall'altro le sue canzoni non sempre erano sorrette da melodie all'altezza, talvolta troppo dolciastre e infantili, e il risultato faceva spesso pensare a una Gwen Stefani giusto più spigolosa.

Forte dello status acquisito Robyn ha pensato di fare le cose in grande stavolta, questo nuovo album (o meglio, questo Ep di 8 brani, come va di moda chiamarli adesso) è infatti il primo dei tre che verranno pubblicati durante il corso del 2010. L'attesa e la curiosità di verificare se la sua promessa sarebbe stata mantenuta e, perché no, migliorata, erano innegabilmente grandi, tuttavia pregi e difetti della precedente fatica sembrano ripresentarsi anche in questo "Body Talk Pt.1".
Se è vero infatti che le influenze hip-hop sono state ridotte al minimo a favore di un'elettronica più pura, intermittente e ipnotica, vien difficile valutare nel complesso un album così breve che parte, piuttosto bene, come un'ode al cortocircuito ("Don't Fucking Tell Me What To Do" e la filastrocca "Fembot") e si conclude con una ballata old-fashioned per archi e pianoforte (seppur ben congeniata e interpretata, le va riconosciuto) e un tradizionale svedese scandito dal carillon.

Nel mezzo, assieme a un paio di trascurabili riempitivi (qualcosa a metà tra un inno sportivo e la ballata folk inglese il primo e un omaggio a Sly & Robbie il secondo), le due punte del disco: "Dancing On My Own", il primo singolo, uno di quei pezzi electro-dance in grado di racchiudere furore disco e malinconia in un refrain memorabile (l'avesse inciso Kylie Minogue, sarebbe stato il suo pezzo migliore) e la nuova collaborazione coi norvegesi Röyksopp, "None Of Dem". Chi si aspetta però una variazione sul tema di "The Girl And The Robot" (dall'ultimo album del duo, "Junior") rimarrà sorpreso, per buona parte del pezzo Robyn sembra avere M.I.A. in mente (non è un caso, anche uno dei suoi  produttori, Diplo, fa parte del team) e solo verso la fine, quando anche il ritornello si fa via via sempre più orchestrato e coinvolgente, viene tolto ogni dubbio su chi sieda in cabina di regia.

Per poter dare un giudizio complessivo forse bisognerebbe ascoltare anche i successivi capitoli, ma sin da ora il dubbio sorge spontaneo: se anche nei prossimi due Ep solo la metà dei pezzi dovesse essere davvero incisiva, non sarebbe stato meglio allora pubblicare un solo, indimenticabile, album? Non sarà che le troppe lusinghe le han montato un po' la testa?

(06/06/2010)



  • Tracklist
  1. Don't Fucking Tell Me What To Do
  2. Fembot
  3. Dancing On My Own
  4. Cry When You Get Older
  5. Dancehall Queen
  6. None Of Dem
  7. Hang With Me (Acoustic)
  8. Jag Vet En Dejli Rosa
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