Shearwater

The Golden Archipelago

2010 (Matador) | alt-rock

"Quando guardo dal finestrino di un aereo, vedo la nostra impronta su ogni centimetro del paesaggio: è quasi impossibile immaginare come fosse prima che lo travolgessimo come un'onda. È difficile non pensare che ci stiamo avvicinando a un limite". Per il leader degli Shearwater, Jonathan Meiburg, la razza umana è ormai prossima a un punto di non ritorno: "stiamo esaurendo la flessibilità del nostro mondo, la sua capacità di offrirci rifugio, di proteggerci e di provvedere a noi".
"The Golden Archipelago" porta a compimento il percorso intrapreso dagli Shearwater con "Palo Santo" e "Rook": una trilogia incentrata sul rapporto tra l'uomo e l'ambiente, attraverso cui la band di Austin ha conquistato un'inconfondibile cifra stilistica, affrancandosi progressivamente dall'eredità degli Okkervil River. L'ultimo capitolo del trittico cresce in ambizione e solennità, aprendosi ad una sintesi maggiormente accessibile che in passato: ma, rispetto agli episodi precedenti, stavolta l'anima sembra rimanere offuscata in parte dalla cornice.

È l'eco di un canto antico a introdurre "The Golden Arcipelago": l'inno degli abitanti delle isole Bikini, prologo ideale a un concept ispirato alla vita insulare come metafora dei tempi presenti. Meiburg ne è rimasto folgorato dopo aver visto un documentario sulla popolazione di quell'atollo nel mezzo del Pacifico, costretta ad abbandonare per sempre le proprie case nel 1946 per lasciare spazio a navi da guerra ed esperimenti atomici. "È un canto di esilio, sull'impossibilità di fare ritorno alla casa da cui provieni", spiega. "Ma il suono della registrazione è gioioso: è una vittoria sulla morte e sulla distruzione". Voci perdute che trascolorano nell'intarsio trepidante di "Meridian", accompagnato dal senso di fatalità dei rintocchi di un porto lontano.
I suoni sono densi e nitidi, accentuati nei passaggi più imponenti dall'incedere marziale della batteria di Thor Harris: è il caso di "Black Eyes", con il suo pianoforte martellante e il suo pulsare inquieto, o del singolo "Castaways", dove l'insinuarsi della melodia viene sferzato da flutti impetuosi. Meiburg declama veemente le proprie visioni, sacrificando le mezzetinte in nome di un affresco dai tratti marcati: nonostante la compattezza delle architetture, il confine tra teatralità e magniloquenza si assottiglia pericolosamente.

Un ribollire di percussioni accompagna gli orizzonti brumosi di "Landscape At Speed", mentre i crescendo di archi ed elettricità di "God Made Me" e "Uniforms"assumono vesti barocche, in cui non è difficile riconoscere la mano di John Congleton dei Paper Chase alla produzione. Per ritrovare gli Shearwater più fragili occorre rivolgersi al soffuso epilogo di "Missing Islands" o all'accenno di danza di "An Insular Life".
Le esplorazioni di Meiburg ai confini del mondo sono ancora una volta la trama sottesa al disco: a testimoniarlo è un ricco volume illustrato, concepito da Meiburg insieme al grafico Mark Ohe come un dossier da affiancare all'album, in cui immagini di aborigeni e progetti navali si accompagnano ad antiche mappe ed appunti di viaggio (le copie fisiche sono già esaurite, ma quelle digitali si possono scaricare gratuitamente in formato pdf dal sito ufficiale della band).

Lo spirito selvaggio dell'oceano sembra incombere sui brani di "The Golden Archipelago": lo si intuisce aleggiare sulle ombre del sinistro carillon che punteggia "Hidden Lakes"; lo si vede emergere tra i versi di "Black Eyes" ("Look down on the rolling waves / That strike on the crumbling reef"); lo si sente rintronare tra le schegge di tempesta della roboante "Corridors". Le acque si innalzano minacciando di inghiottire ogni cosa, la natura rivendica il possesso della terra. Meiburg non la considera una visione apocalittica: "penso che la stessa nozione di apocalisse sia un'invenzione dell'hybris umana - l'idea che quando cesseremo di esistere ogni cosa cesserà di esistere. Non riusciamo ad accettare l'idea che il mondo possa proseguire senza di noi".
L'uomo si riscopre come un naufrago nel mondo che ha preteso di modellare: "un nuovo tipo di profugo", come l'ha definito Meiburg nel recente articolo pubblicato sul blog "The Huffington Post", in esilio su un pianeta che sta perdendo "la capacità di resistenza". Gli Shearwater si avventurano attraverso il mare come in un viaggio partorito dalla fantasia di Jules Verne, alla ricerca della loro personale isola misteriosa: il luogo in cui uomo e natura possono sperare di ritrovare l'armonia.

(19/02/2010)

  • Tracklist

1. Meridian
2. Black Eyes
3. Landscape At Speed
4. Hidden Lakes
5. Corridors
6. God Made Me
7. Runners of the Sun
8. Castaways
9. An Insular Life
10. Uniforms
11. Missing Islands

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