Take That

Progress

2010 (Polydor) | pop

Sarà pur capitato a qualcuno di rincontrare dopo anni, grazie a un amico comune, quel compagno di classe delle scuole medie che proprio non si riusciva a trovare simpatico (perché troppo perfettino, perché amato dai professori anche se studiava meno di tutti gli altri, perché non veniva snobbato dalle ragazze) e ritrovarsi infine sorpresi dalla piacevole conversazione.
Ecco, i Take That sono stati quel compagno di classe, amatissimi dalle adolescenti qualsiasi cosa cantassero o, ahimè, ballassero, e odiati dai ragazzi quale massima espressione del pop più becero, nonostante in radio si ascoltasse di peggio e Gary Barlow non fosse poi un songwriter così malvagio.

L'amico in comune invece è il produttore Stuart Price, ormai specializzato nel rivitalizzare popstar con la data di scadenza lampeggiante e che, una volta tanto, non si limita soltanto a calare il cliente di turno negli anni 80, ma cerca anche di rimpolpare ed elettrificare quel patinatissimo british-soul dei primi anni 90 di cui i Take That sono stati tra i nomi di punta. E il rientro in squadra di Robbie Williams (la cui fortunata carriera solista aveva curiosamente imboccato la china decrescente a causa di un sound non troppo dissimile da quello qui presentato) è sicuramente stata un'occasione succulenta per tentare quest'operazione di aggiornamento.
Eccoli quindi tornare alla carica con un'enfatica "The Flood", che sembra una versione più matura e corposa della loro vecchia "Pray" (e come quest'ultima risulta essere un singolo vincente), riproporci uno dei loro classici mid-tempo da aperitivo stiloso, una sinuosa e pulsante "Wait" (probabilmente la melodia migliore della collezione) e permettersi un'unica concessione al dancefloor dei Bee Gees con "Happy Now".

Ma l'evoluzione evocata da titolo e copertina vorrebbe essere anche sinonimo di novità e di soluzioni imprevedibil: "Underground Machine" e "Kids" sono infatti due electro-stomp martellanti che non sarebbero dispiaciuti, rispettivamente, ai Goldfrapp più glamorous e ai Pet Shop Boys di "Love Etc.". Si avvertono chiaramente, invece, echi dei Killers (non a caso Price è uno dei produttori preferiti di Brandon Flowers) nel nuovo singolo "SOS", inaspettatamente tirato, in "What Do You Want From Me" e nella poco riuscita "Affirmation" (brani in cui Owen e Donald contendono a Simon Le Bon la palma di voce più sgraziata del pop britannico).
Rischiano quindi di rimanere a bocca asciutta le ex-adolescenti degli anni 90 in cerca di delicatezze alla "Back For Good", brano utilizzato come paradigma per costruire la seconda, ed economicamente più fruttuosa, fase della loro carriera, dedicata alle ballatone e a un adult oriented popdi matrice acustica; si dovranno accontentare del delizioso minuetto in chiave synth di "Pretty Things", della malinconica e sontuosa "Eight Letters" (che utilizza un sample di "Vienna" degli Ultravox come coup de théâtreper distrarci dalla crisi iperglicemica in corso) e di un pezzo tutto riverberi e atmosfere ovattate (la ghost track "Flowerbed"), che sembra strappato a un George Michael d'annata.

Oltremanica la stampa ha accolto quasi trionfalmente questo "Progress"; esagerano per patriottismo, forse, ma non si può negare che sia un album in grado di sorprendere e di gettare una luce diversa sui cinque non più ragazzi: non grazie alla sua bellezza (è "solo" un ascolto piacevole) o al suo essere innovativo (non lo è assolutamente), ma perché un disco del genere, più che dignitoso nel suo essere trendy ma al tempo stesso adulto, chi mai se lo sarebbe aspettato osservando le precedenti due incarnazioni dei Take That?

(27/12/2010)



  • Tracklist
  1. The Flood
  2. SOS
  3. Wait
  4. Kidz
  5. Pretty Things
  6. Happy Now
  7. Underground Machine
  8. What Do You Want From Me?
  9. Affirmation
  10. Eight Letters
  11. Flowerbed (ghost track)
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