The Jeffrey Lee Pierce Project

We Are Only Riders

2010 (Glitterhouse) | alt rock, post-punk, no wave

A circa tre lustri dalla sua prematura scomparsa, il fantasma di Jeffrey Lee Pierce si staglia sempre più nitido sull’autostrada del rock alternativo. Evidentemente più ne sentiamo la mancanza più aumenta la sua presenza. Il bisogno di riascoltarlo con maggiore attenzione di quanto molti non abbiano fatto mentre era ancora in vita. Di sviscerarne e rivalutarne l’opera. Di evocarlo rendendogli omaggio. Sarà perché è stato il maggior poeta del punk rurale che la terra di Lee Masters e Whitman abbia mai prodotto, o perché una fetta significativa della scena attuale gli deve, a vario titolo, più d’un ringraziamento. Sarà che altri hanno raccolto ciò che lui è stato così sventato da bruciare prima del tempo nel “fuoco dell’amore”. 

Il progetto in questione, più che al classico, fastoso tributo retrospettivo assomiglia alla lettura d’un testamento artistico, all’esecuzione delle ultime volontà del fantasma ad opera dei cari che lo hanno accompagnato in modi ed epoche diverse. A un’allegra veglia funebre celebrata a tempo di musica. Come sarebbe piaciuto a lui. Questa in sintesi la storia del Jeffrey Lee Project: un paio di anni fa Tony Cmelik, chitarrista blues e country con cui Pierce incise il suo secondo album solista, mettendo ordine in soffitta si ritrovò tra le mani una cassettina in cui erano registrati provini e versioni semi-improvvisate di canzoni che erano state composte all’epoca della loro collaborazione ma che non avevano mai visto la luce (ad eccezione di “Lucky Jim”). La qualità del nastro, tuttavia, era troppo scadente perché le tracce originali potessero essere in qualche modo recuperate e pubblicate. Così Tony ha pensato bene di rivolgersi ad alcuni fra i più stretti e fidati amici musicisti di Jeffrey, gente che lo conosceva bene e sapeva come volesse essere ricordato, per rivisitare e portare a compimento ciò che era inesorabilmente monco e avvizzito.

Risultato: The Jeffrey Lee Pierce Project è una iper-band che, in combinazioni differenti e formazioni variabili, fa rivivere le canzoni presenti su quel nastro (spesso, vista l’esiguità del materiale, cimentandosi in più versioni della stessa). Oltre al fautore Cmelik, in arte Cypress Grove, ne fanno parte: Nick Cave, Mark Lanegan, Lydia Lunch, Johnny Dowd, David E. Edwards (16 Horsepower), Debbie Harry, Mick Harvey, Barry Adamson, Kid Congo Powers, Isobel Campbell più i Crippled Black Phoenix e i Raveonettes. Tanta, troppa roba perché l’impressione che se ne può ricavare leggendo questa sfilza di nomi ne esca completamente disillusa.
E difatti “We Are Only Riders” è un disco di canzoni inedite che si diramano in un ventaglio di interpretazioni diverse (tanti quanti sono gli stili e le storie dei musicisti coinvolti) pur restando sostanzialmente fedeli, nello spirito complessivo, ai tratti fondamentali della personalità artistica di Pierce.

Così Nick Cave veste i panni a lui fin troppo familiari (più che altro una seconda pelle) del “Ramblin’ Man” spronando fino alle lande estreme della musica country-western un pezzo che Cypress Grove rallenta ad arte e David E. Edwards trascolora con una mano di straniata folk-wave. Lo stesso Cave passeggia sottobraccio a Debbie Harry (una delle più vecchie amiche di Pierce, da quando lui, ragazzetto, era il presidente del fan club cittadino dei Blondie) in una commovente e nostalgica versione di “Free To Walk” ripresa, di lì a poco, in forma di agrodolce valzer campestre da un’altra coppietta d’oro: Mark Lanegan & Isobel Campbell.
Poi, mentre Lanegan, piglio lugubre da predicatore laico alla Johnny Cash, si misura con la ballata carceraria “Costant Waiting” - pezzo che altrove Johnny Dowd violenterà completamente in una genialoide versione electro-billy degna quasi dei Wall Of Voodoo - la bionda Harry, più roca d’un tempo ma sempre ammaliante, rivolge alle volte del cielo del Sud una preghiera intitolata “Lucky Jim”.
Dalla bionda alla mora: Lydia Lunch, dopo l’exploit d’inizio anno con Big Sexy Noise, conferma di essere in stato di grazia ammorbando con la sua voce grinza e velenosa tre pezzi come “When I Get My Cadillac” (“rabbia giovane” e una vecchia cadillac per sfuggire ai traumi di un’asfittica adolescenza nell’inferno della provincia americana), “St. Mark’s Place” (puro country-noir che neanche i Calexico) e la strepitosa - delirante e tremens - potenzialmente omicida, “Walkin’ Down The Street”, che nella fase centrale dei suoi quasi 7 minuti deraglia in una jam incandescente con Lydia che, dopo aver più e più volte capricciosamente bisbigliato la stessa strofa, improvvisa un epitaffio di suo pugno (“This Is For You Jeffrey Lee/ You hard living/ Drink Spillin’/ Drug Suckin’/ Pussy Killin’…”). Varrebbe da sola il prezzo del cd. Impreziosito vieppiù dai contributi delle, si fa per dire, nuove leve Crippled Black Phoenix e The Raveonettes. Rispettivamente: la psichedelia hard ed espansa di “Bells On The River” e quella soft e rugiadosa di “Free To Walk”, riproposta per la terza volta in guisa country-gaze.  

Un disco caldamente consigliato. Nel nome di Jeffrey Lee e di chi gli ha voluto bene. E gliene vuole ancora.

(15/02/2010)

  • Tracklist
  1. Ramblin' Mind (Nick Cave)
  2. Constant Waiting (Mark Lanegan)
  3. Free To Walk (The Raveonettes)
  4. Lucky Jim (Debbie Harry)
  5. My Cadillac (Lydia Lunch)
  6. Ramblin' Mind (David E. Edwards)
  7. Constant Waiting (The Sadies)
  8. Free To Walk (Isobel Campbell & Mark Lanegan)
  9. St. Marks Place (Lydia Lunch)
  10. Bells On The River (Crippled Black Phoenix)
  11. Ramblin' Mind (Cypress Grove)
  12. Constant Waiting (Johnny Dowd)
  13. Free To Walk (Nick Cave & Debbie Harry)
  14. The Snow Country (Mick Harvey)
  15. Just Like A Mexican (David E. Edwards & Crippled Black Phoenix)
  16. Walking Down The Street (Lydia Lunch & Dave Alvin)
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