Se ci si
dovesse basare sulle premesse di quest'ultimo disco di Abigail Washburn, "City
Of Refuge", ce ne sarebbe abbastanza per far salire le aspettative a un acme
irraggiungibile. Questa è un po' la sfortuna del disco: un po' per la storia
della Washburn, così ricca di contaminazioni esotiche (in particolare una
fattiva relazione con la cultura della Cina, dove ha trascorso anche diversi
anni) e di importanti exploit musicali, fin dagli inizi con gli Uncle Earl. Il
resto lo fanno in primo luogo la produzione di Tucker Martine (Decemberists,
Spoon, Sufjan Stevens) e poi le presenze ingombranti di musicisti quali Bill
Frisell, Carl Broemel dei My Morning Jacket, Chris Funk dei Decemberists e
quella di un ensemble d'archi
mongolo, insieme al cameo di Wu Zei, maestro di guzheng.
Il risultato di "City Of Refuge" è, invece, un'opera blanda dalle sensazioni
ecumeniche e globaliste (la Washburn ne parla dicendo: "Ogni canzone di questo
disco si allaccia a un senso di appartenenza universale") traghettate da mezzi
musicali prevedibili, la costruzione delle cui canzoni e la scarsa
ispirazione melodica vanificano la potenziale originalità degli arrangiamenti e
dei contenuti.
Già la title track, in apertura, mette
in mostra un vuoto trionfalismo da cerimonia olimpica (lei è stata in effetti
invitata a Pechino 2008): facili, tambureggianti sentimenti di condivisione, a
suggerire indistinti balli di gruppo, in una passeggera illusione.
Giusto qualche eco orientale, ma non di più, davvero troppo poco per un lavoro
che vorrebbe essere sincretico ma che pare invece una cartolina hollywoodiana, nel senso deteriore del
termine (come una pagoda immersa nelle foreste degli Appalachi, insomma). Il
pezzo più ispirato si palesa così nella sinuosità à la Fleetwood Mac di "Chains", b-side
di "Rumours". Ambizioni di un pop "maturo" confermate in "Burn Thru", in cui a prendere il sopravvento è
però una sensazione di stantio.
Si tratta di uno dei pochi guizzi di un disco ricco di abbellimenti forbiti (la
fresca "Ballad Of Treason"), ma anche di un tradizionalismo dai piedi di
piombo, imperniato sulla presenza più o meno costante del banjo, suonato dalla
Washburn ("Last Train", "Divine Bell", solo per fare degli esempi). Qualcosa di
quasi sorprendente, considerato l'interesse della cantautrice dell'Illinois per la cultura dell'Estremo Oriente e la sua ormai vasta
esperienza, sia in senso strettamente musicale che, più estesamente, mondano.
(11/01/2011)


