“Un americano alla corte di Re Artù”: così si potrebbe riassumere il sound decisamente straniante di questo esordio d’Oltreoceano. Straniante ma non dissonante: pur nell’episodio più eclatante, ossia quando si sviluppano le ondate sintetiche, corredate di rintocchi di wurlitzer e di un coro di flauti, di “Song For The Sacrosant (Parts I & II)”, l’impressione è quella di un particolare quasi nascosto, come se ci si accorgesse a posteriori che in quadro di Botticelli tutti portano un orologio al polso. Il gruppo americano sembra in realtà rifarsi più ai contemporanei Fleet Foxes che a cantori e menestrelli (“The Folker”, la wilsoniana “March Of The Beasts”), se non al soffuso folk-pop dei Seabear di “Roncevaux”. Insomma un repertorio troppo debole per nobilitare l’intuizione sonora di questo “synth-barocco”.
12/09/2011