Cars

Move Like This

2011 (Hear Music/ Universal) | pop-rock

"Non riunirò mai più i Cars, su questo ci potete contare" (Ric Ocasek, 1997).
"Detesto esibirmi dal vivo e dubito che lo farò ancora in futuro, dunque non ci sono problemi se la mia vecchia band suonerà con Todd Rundgren al mio posto" (Ric Ocasek, 2005)
Detto fatto. Maggio 2011, la formazione storica dei Cars - purtroppo orfana del cantante bassista Benjamin Orr, prematuramente scomparso undici anni or sono - si presenta al pubblico con un disco nuovo di zecca e un calendario di date on stage discretamente fitto.

Mai dire mai, vecchio Ric. Soprattutto se negli ultimi anni hai dovuto assistere tuo malgrado alla gara planetaria di saccheggio dei mostri sacri di quella power pop wave di cui sei alfiere. Hai voglia a tapparti le orecchie, fischiettando sotto la doccia "Bye Bye Love" nel vano tentativo di coprire lo stereo a palla del vicino di villa che manda gli Strokes, o a tirar dritto col carrello al supermercato mentre piovono le note di tastierina e i ritmi pari della big thing dell'ultim'ora troppo somiglianti a "Shake It Up". Per un po' ti sei scoperto a metà fra l'indifferenza e il compiacimento, ma alla fine non ce l'hai più fatta. Magari proprio quando hai realizzato che persino il tuo quasi coetaneo Rundgren aveva preso a scimmiottarti sul muso l'amata "My Best Friend's Girl" come fosse roba sua. "Passi per Kurt Cobain, che con quella canzone ci ha aperto l'ultimo concerto della sua breve esistenza - avrai pensato - ma udire anche la versione del dinosauro Todd è davvero troppo".
E' stato così che hai alzato il telefono e in cinque minuti hai convinto i vecchi amici Greg, Elliot e David che il momento era giunto. "Sono stupito di come abbiamo ritrovato l'intesa sin da subito". Noi no, Ric, perché pensiamo che sia molto facile prendersi parlando lo stesso linguaggio, specie se è quello dei fuoriclasse. Ancora: "Ci siamo subito resi conto che sarebbe stato impossibile rimpiazzare Ben, e allora abbiamo preferito non farlo". Ottima idea, il feeling prima di tutto, e poi quelle parti di basso-tastiera conferiscono un tocco di modernità che non guasta. E infine: "Sono consapevole del fatto che, metà di queste canzoni, Ben le avrebbe interpretate meglio di me". Può essere, ma chi se non l'altro detentore del marchio della casa se la sarebbe cavata altrettanto bene?  E poi qual modestia! Per una sua interpretazione di "Drive" c'è pur sempre una tua "Heartbeat City".

Per rimanere in tema di vecchie glorie americane, diremo che i Cars riescono laddove i recenti Devo hanno fallito, riuscendo a conservare una scrittura di livello pur conferendo nuove sfumature al loro  sound, per così dire, storico. Lasciate alle spalle le sovrapproduzioni di "Door To Door" (1987), le scelte estemporanee che connotano l'intera carriera solista di Ocasek,  ma anche lo stile griffato e plastico di "Heartbeat City" (1984), è come se i bostoniani avessero ripreso il discorso parzialmente tralasciato all'indomani di "Shake It Up" (1981), sviluppando sì i loro tratti sintetici ma senza condensarsi nelle scintillanti esaltazioni del 1984.
Certo è arduo sottrarsi al gioco delle coppie e non mettere guancia a guancia il lentaccio "Soon" con la storica "Drive" (il risultato è coinvolgente, benché quest'ultima rimanga inarrivabile), ma anche "Take Another Look" con "Why Can't I Have You" (bene anche qui, ma forse il manierismo prevale), però l'inclinazione è quella di semplificare con sonorità elettroniche essenziali e ben calibrate su sempreverdi riff chitarristici.
L'uno due iniziale accarezza con consumata perizia le chiome dorate di "Candy-o" ("Blue Tip") e poi scompiglia quelle del pubblico delle prime file, che non potrà resistere all'inno per arene d'elite "Too Late" (no che non è tardi, Ric!). E' poi difficile restare indifferenti a ritornelli killer come quello di "Sad Song" e non danzare a braccia levate coi fraseggi hard di "Keep On Knocking", così ben ripiegati all'interno di un classico schema base-brigde-ritornello in cui Ric gigioneggia come il Bryan Ferry baffuto di "Let's Stick Together". Tutto sommato efficace è il power-pop "Free", se non fosse per la sua eccessiva devozione ai tempi d'oro delle belle sfide coi The Knack.

Purtuttavia ciò che non fa gridare al miracolo è in primis il raffronto con un passato deliziosamente ingombrante (tolto "Door To Door", parliamo di una discografia da conservare gelosamente), e poi qualche brano con il pilota automatico inserito ("It's Only", "Hits Me" su tutte).
"Move Like This" è un album che suonerà inviso alle magnifiche sorti e progressive degli enciclopedisti del rock in servizio permanente effettivo, ma di certo emozionerà coloro che sapranno ritrovarvi l'espressione di un talento puro e a suo modo insuperato.

(15/05/2011)



  • Tracklist
  1. Blue Tip
  2. Too Late
  3. Keep On Knocking
  4. Soon
  5. Sad Song
  6. Free
  7. Drag On Forever
  8. Take Another Look
  9. It's Only
  10. Hits Me
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