Cymbals Eat Guitars

Lenses Alien

2011 (Memphis Industries) | alt-rock

I Cymbals Eat Guitars, crew newyorkese guidata dal vocalist Joseph D'Agostino e dal chitarrista Matt Cohen, prosegue la sua storia discografica con "Lenses Alien", sottoponendo il loro sound a razioni doppie di carica e nevrosi.

Gli otto minuti "Rifle Eyesight" costituiscono infatti il loro epigramma d'irrazionalità, e forse il loro nadir. Da subito il contrasto tra un piano in forma di post-rock e un forte in forma di emo-core alla Cursive monopolizza l'ascolto, che però dopo poco si affloscia in soundscape galattica che cita in parti uguali sia i primi Pink Floyd interstellari che il noise d'annata. Il tutto rinasce cantata free-form, ninnananna per piano, urlo trionfale. Idem per "Gary Condit", ambiguamente conteso tra dilatazione e il power-pop distorto tipico del grunge, tra scontri di distorsori che portano alla confusione strillata finale.

I brani centrali, molto meno ambiziosi, oscillano tra power-pop cubisti ("Shore Points") e irruenze più lineari che uragani di distorsione sullo sfondo cercano di spodestare ("Keep Me Waiting"), fino a imitazioni degli Smashing Pumpkins con accelerazioni, parti corali e parti quasi sinfoniche ("Definite Darkness").

Piccoli poemi emotivi sono "Painclothes", narrazione sostenuta da accordi shoegaze, il martirio di "Secret Family", e la catena di quiete dissonanze di "The Current", che si consuma in soli due minuti. In tutti questi episodi manca il collante giusto tra le declamazioni sgolate di D'Agostino e l'accompagnamento, per la verità un po' generico.

Dopo il disco-sensazione di "Why There Are Mountains", e dopo un singolo passato in sordina ("Wind Phoenix"; Memphis Industries, 2010), il complesso scolpisce un'opera - la seconda, e la prima sotto contratto discografico ufficiale - che fa dell'imprevedibilità uno stile. Tramuta l'approssimazione Pavement-iana in poetica lirica; giustifica i non-finiti con cui terminano parecchie canzoni, indecisi e sottotono (e al limite del riempitivo), con una urgenza emotiva persino delirante. Rivivifica il revival anni 90 in una strana luce di allegoria moderna. Scambia le melodie con verbosi j'accuse del frontman, eletto a novello cantore dell'evo contemporaneo, e con le deraglianti sarabande del complesso. E' la nuova lingua del classicismo? Il lato pratico, la godibilità, per il momento ne esce malconcio.

 

(18/10/2011)

  • Tracklist
  1. Rifle Eyesight
  2. Shore Points
  3. Keep Me Waiting
  4. Painclothes
  5. Definite Darkness
  6. Another Tunguska
  7. The Current
  8. Wavelenghts
  9. Secret Family
  10. Gary Condit
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