Non c’è pace per Murray Lightburn e per sua moglie Natalia Yanchack per quanto riguarda la line-up del loro progetto The Dears. Gli ultimi tre dischi, infatti, hanno visto all’opera, sempre sotto la regia del leader Lightburn, formazioni profondamente diverse tra loro: “Gang Of Losers” è stato realizzato dallo stesso sestetto del precedente “No Cities Left“, che aveva imposto la band all’attenzione di critica e appassionati di tutto il mondo; i sei si erano imbarcati in un lungo tour, durante il quale i rapporti si sono pesantemente incrinati, cosicché il successivo “Missiles” è frutto quasi esclusivo del binomio Lightburn/Yanchack; in seguito la coppia ha chiesto ad alcuni dei vecchi compagni di riprovarci insieme, ricevendo una risposta positiva, dalla quale nasce questo “Degeneration Street”.
Il contenuto musicale dei dischi riflette l’evolversi di queste vicende: “Gang Of Losers” è essenzialmente un album adattissimo a essere suonato dal vivo, caratterizzato com’è da una forte impronta rock e da una grande immediatezza; “Missiles” è, invece, molto più intimista e quasi dimesso; qui il suono torna pieno e risulta spesso prorompente, ma alle volte anche molto più morbido, inoltre viene proposta una varietà di stili che non si vedeva da “No Cities Left”, con momenti colmi di disagio e nervosismo, altri invece molto più spensierati, altri ancora improntati a una certa riflessività.
Uno degli aspetti su cui Lightburn insiste da sempre è l’idea che la successione dei brani abbia un forte filo logico, tale per cui all’ascoltatore sembri di imbarcarsi in un viaggio mentre lascia andare il disco dall’inizio alla fine. Anche qui, l’artista canadese non si smentisce e le singole canzoni sono accostate tra loro in modo che atmosfere diverse risultino in realtà adiacenti e si passi dall’una all’altra in modo sempre graduale e organico.
Prendiamo, per esempio, le prime tre canzoni: “Omega Dog” è ipnotica, “5 Chords” è epica e incalzante e “Blood” è elettrica e rabbiosa, ma tutte sono caratterizzate da un mood disturbato e sbuffante che funge da perfetto collegamento. Il trittico successivo, invece, scioglie molta della tensione con melodie e suoni più morbidi e accomodanti, ma anche qui il passaggio non è affatto brusco e fa vivere in pieno all’ascoltatore una sensazione di sbalzi d’umore molto naturale.
Intervengono, poi, i citati episodi introspettivi e i saliscendi di immediatezza melodica e di intensità emotiva, che continuano fino alla fine in modo sempre fluido e coerente. La voce del leader è importante per la riuscita del disco, perché, come di consueto, ha un raggio d’azione molto ampio e la sua capacità espressiva è sempre di prim’ordine.
Nonostante i pregi sopra descritti, va detto che Lightburn e la Yanchak non sono, purtroppo, riusciti a mantenersi sui loro migliori livelli, nonostante il ritorno di alcuni compagni di avventura. Fermo restando, infatti, che si tratta di un buon lavoro, “Degeneration Street” si pone un gradino sotto rispetto ai precedenti, e quest’affermazione vale proprio in relazione a uno dei tradizionali punti di forza dei Dears: la capacità di far vivere le emozioni proprie delle singole canzoni e dei dischi nel loro complesso in modo travolgente e totale. Nell’ora di durata del disco, infatti, è sempre molto chiara la tipologia di sensazioni espresse, ma le soluzioni a livello sia melodico che di arrangiamenti non riescono a essere così efficaci come in passato, palesando così che Lightburn e i suoi stanno vivendo un determinato stato d’animo ma senza per ciò stabilire una connessione emotiva con l’ascoltatore. È un aspetto difficile da spiegare a parole, ma risulterà facile capire cosa si intende se ci si accosterà all’ascolto.
Al quinto disco in undici anni, i Dears iniziano a mostrare qualche piccolo segno di cedimento. Poiché, comunque, la qualità complessiva risulta ancora buona, si può ancora sperare che il gruppo torni in futuro a far quadrare il proprio cerchio, così come succedeva negli anni scorsi. Probabilmente un po’ di stabilità dal punto di vista della composizione della band e di rapporti personali tra i vari membri sarebbe senz’altro d’aiuto.
20/02/2011