Death Cab For Cutie

Codes And Keys

2011 (Atlantic) | pop-rock

Saremo forse tutti d'accordo nell'interpretare i proclami di indipendenza artistica, di svolte musicali e strumentali, di spinte artistiche mai così intense, come inequivocabile segnale di scricchiolii di una band che bada più al contorno mediatico che alla sostanza. Per il loro ottavo disco, "Codes And Keys", i Death Cab For Cutie non lesinano argomenti per rassicurare i numerosi fan storici ma già si godono i profitti di pubblico delle loro partecipazioni alle vicende dei vampiri puritani di Twilight.  
Per la prima volta, poi, presentano un disco prodotto esternamente; nella fattispecie, da niente meno che Alan Moulder, una volta guru della scena shoegaze e ora autore di molti dei più grandi - e dei più discussi - successi pop-rock degli ultimi anni, da "Sam's Town" dei Killers a "Favourite Worst Nightmare" degli Arctic Monkeys, fino agli ultimi White Lies.

All'ombra del nuovo maestro, i Death Cab For Cutie sfoderano un disco che pare ideato appositamente per irrompere dalle casse degli stadi, sulla scorta di linee di basso ("Underneath The Sycamore", "Monday Morning") che sembrano fatte per far tremare i seggiolini, così come gli sferzanti riff di chitarra ("You Are A Tourist") paiono già riecheggiare tra le curve.
Il rischio di affidarsi alla mano esperta di un esterno, dopo una carriera trascorsa nel sodalizio, da una parte compositivo e dall'altra di produzione, di Ben Gibbard e Chris Walla, è quello di sacrificare una parte della propria cifra stilistica alla chimera del sound di successo, di qualche gioco di prestigio che possa improvvisamente rivitalizzare qualcosa di inerte.

Quello di "Narrow Stairs" era stato un buon tentativo: mettere in piedi una costruzione più ambiziosa, per quanto solidamente sorretta dall'interazione di un gruppo di veterani, architettata come progressivo affastellarsi di contributi (si veda l'allora singolo di lancio "I Will Possess Your Heart"). Lo sforzo operato in quel disco viene qui sacrificato all'altare di un'insipida, indistinguibile contemporaneità, fatta dell'omologazione di soluzioni posticce e ripetitive, di arrangiamenti gonfiati ad arte che deprimono il lavoro che Walla ha da sempre riservato alle pieghe dei pezzi dei Death Cab For Cutie - esempio tra gli altri la pomposità emotiva (con tanto di spazzate d'archi) della title track, che ricorda gli ultimi Band Of Horses, band un tempo considerabile agli antipodi artistici.
Scrosci sintetici e sovrapposizioni di beat affogano il già povero contenuto espressivo di "St.Peter's Cathedral", mentre l'irta, maldestramente melodica linea vocale di "Some Boys", tipicamente gibbardiana, viene involgarita dal solito roboante corredo musicale, con tanto di ripresa della ritmica "respiratoria" d'accompagnamento.

Gibbard schermisce la propria rinuncia al racconto, limitandosi qui, per la maggior parte, ad abbozzare versi (la banalità di "You Are A Tourist" ne é massimo esempio), senza riuscire più a trovare in sé l'ispirazione per tratteggiare racconti, forse anche a causa dell'approdo alla stabilità emotiva raggiunto col matrimonio con un'altra star del panorama indie-mainstream, Zooey Deschanel, sospettabile ragione dietro alla indolore virata solare dei suoi testi.

Pare, insomma, che non faccia differenza se a interpretare il ruolo di nuovi U2 sia una band o l'altra: il vestito è sempre lo stesso, basta accorciarlo o allungarlo sulla misura del nuovo fortunato (?) indossatore. I Death Cab For Cutie sono tra gli ultimi investiti di questa missione: rischiosa, perchè non sarebbero i primi della scuderia di Moulder a trovarsi in difficoltà non solo artistica, ma di pubblico.

(29/05/2011)



  • Tracklist
  1. Home Is A Fire
  2. Codes And Keys
  3. Some Boys
  4. Doors Unlocked And Open
  5. You Are A Tourist
  6. Unobstructed Views
  7. Monday Morning
  8. Portable Television
  9. Underneath The Sycamore
  10. St Peter's Cathedral
  11. Stay Young, Go Dancing
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