Desert Motel

Yarn

2011 (Sofa Recs) | alt-rock, americana

Io odio i Desert Motel.

Quattro ragazzi di Aprilia (una manciata di chilometri a sud di Roma) che non avevano niente di meglio da fare che mettersi a scrivere canzoni meravigliose. Che bisogno c'era di una band come questa, che ti costruisce attorno atmosfere che attingono a piene mani dalla migliore tradizione americana, melodie killer che ti si stampano nel cervello per giorni interi, straordinari ricami chitarristici pronti a rapirti e a condurti verso altre dimensioni?

Avremmo potuto continuare a trascorrere le nostre giornate senza doverci innamorare perdutamente della loro musica, senza essere costretti a trovare un'escamotage per bloccare quel dannato impianto stereo che ci rimanda "Yarn" a ciclo continuo, senza pietà.


I Desert Motel sono parte integrante di una vivacissima scena locale che, oltre a loro, ha recentemente prodotto numerose altre interessanti band emergenti quali Moseek e Doctorbrain, per non parlare di artisti dell'area romana (Bud Spencer Blues Explosion) e dell'immediato hinterland (Valentina Lupi) già ampiamente decollati verso un successo di dimensioni più vaste.

Il loro esordio risale a tre anni fa, quando venne pubblicato il già superbo "Out For The Weekend", un Ep con sette pezzi, legato ad atmosfere più acustiche e soffuse, prossime all'indie-folk dei Jayhawks. L'intensa attività live che ne è conseguita ha contribuito a consolidare la notorietà del quartetto nel territorio di appartenenza.

Oggi con "Yarn" arriva il momento di fare i conti con questi signori, i quali hanno deciso di dilaniarci il cuore e la mente con una sequenza di composizioni da KO tecnico.

Prodotto nello studio di proprietà, con la calma e i comfort conseguenti, "Yarn" è un disco che rispecchia perfettamente quello che sono oggi i Desert Motel, descrive il loro passaggio verso un sound più articolato, più elettrico, con non celate tentazioni pop che rendono il risultato finale fruibile anche ai palati meno esigenti. Rispetto al passato, la gamma delle suggestioni si amplia a dismisura, senza pregiudizi, senza negarsi tanto le nostalgie quanto le sperimentazioni, e senza stravolgere completamente il cammino già avviato.
Il fulcro del progetto è Cristiano Pizzuti, cantante, chitarrista e autore di quasi tutto il materiale. La sua sei corde si intreccia alla perfezione con quella di Roberto Ventimiglia, il quale al termine delle registrazioni di "Yarn" ha lasciato il posto all'altrettanto bravo Simone Sciamanna (in grado di costruirsi parte dell'attrezzatura effettistica da sè, sfruttando i propri studi ingegneristici), senza che la band ne abbia risentito, né dal punto di vista della tecnica, né da quello dell'efficacia.
A osservare le loro pedaliere prima di un live set, ti aspetteresti un muro di suono esagerato, invece le chitarre si rincorrono pure e cristalline, pur sempre alla costante ricerca di evoluzioni  più abrasive, schiudendo soluzioni tanto care a un certo Jeff Tweedy.

Ne consegue un suono che risulta essere derivativo e originale al tempo stesso, plasmato con grande personalità e gusto su dodici tracce dallo standard qualitativo elevatissimo.

La parte ritmica è nelle sicure mani del bassista Massimo Gresia e del batterista Fabrizio Locicero, fortemente impegnato anche negli aspetti comunicativi della band, nonché promotore di diverse iniziative artistiche che hanno come fulcro l'associazione Tube.


E la musica? Scrivere canzoni pressoché perfette, come "Valentine's Gone" e "Brugge, Belgium" (ebbene sì, in questo momento è la mia prediletta), dovrebbe essere vietato per legge. Sono pezzi che possono davvero valere una carriera. Per non parlare dell'incipit strumentale di "Paperstars", il primo singolo estratto (con relativo videoclip che circola già da tempo), che li approssima a certi suoni di derivazione sonicyouthiana, oppure dell'eccelsa rivisitazione di "Paths", già contenuta in una diversa versione nell'Ep di tre anni fa.

Dentro "Yarn" c'è un mondo intero da scoprire giorno dopo giorno: le oblique rotondità indie-rock di "Flowers", le (a prima vista) insospettabili virate brit-pop di "Something", rivisitate e corrette secondo la sensibilità dei Desert Motel (provate a chiudere gli occhi e a immaginarla cantata dai fratelli Gallagher), gli echi di "Yankee Hotel Foxtrot" (ricordate "Jesus, Etc..."?) contenuti in "Kurtz". E poi ancora l'esuberanza di "Different", le più (a loro modo) morbide e intense "Misery Road" e "Bright Side", fino all'ultima nata, la breve "Summer / Fall", miracolosamente estratta dal cilindro proprio mentre si stavano concludendo le registrazioni.

Si chiude con le trame acustiche di "Let It Shine", punteggiata dagli archi arrangiati e diretti da Roberto Ventimiglia.


I Desert Motel non trascurano nulla, curano ogni piccolo particolare, dai sofisticati arrangiamenti agli aspetti grafici; bello anche il trailer di presentazione dell'album, realizzato incollando momenti ripresi durante le pause di registrazione.

Cristiano Pizzuti non si nasconde dietro lo scudo della lingua inglese, non la usa come trucco per nascondere debolezze testuali, crede così tanto in ciò che scrive da aver voluto inserire la traduzione in italiano di tutte le liriche nel libretto interno del cd.

"Yarn" sta rapidamente appropriandosi del ruolo di esordio italiano più eccitante degli ultimi mesi, un disco che alimenterà ulteriormente la spirale virtuosa che sta interessando negli ultimi tempi la scena musicale nazionale. Per chi stravede per certa "americana" fortemente orientata all'alt-country elettrico degli Wilco, i Desert Motel non possono che rappresentare la next big thing di casa nostra.C'è un futuro luminoso che li attende.

(04/08/2011)

  • Tracklist
  1. Paths
  2. Different
  3. Misery Road
  4. Bright Side
  5. Paperstars
  6. Valentine's Gone
  7. Summer / Fall
  8. Flowers
  9. Something
  10. Kurtz
  11. Brugge, Belgium
  12. Let It Shine
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