Esben And The Witch

Violet Cries

2011 (Matador) | dark-pop

Rami contorti che sembrano prendere vita, atmosfere glaciali, echi spettrali da cui provare a fuggire, in un bosco tortuoso e sconfinato, senza alcun colore se non un viola gelido e piangente.

Benvenuti nel mondo degli Esben And The Witch, trio di Brighton con un nome ispirato a un noto fairy tale danese. Un mondo a tinte fosche, animato da una nostalgica vocazione a un romanticismo quasi religioso e da un compiaciuto gusto del tetro, tra simboli esoterici, incantesimi e ambientazioni sospese tra il fantasy e il noir.
Questo è il fascino mistico di "Violet Cries", il loro album d'esordio. Rachel Davies si propone di essere l'ennesima streghetta, nella lunga storia delle contaminazioni gotiche in ambito pop. Il suo è un canto severo, a volte liturgico, ma sempre freddo, quasi anestetizzato e dolente. Dream-pop il loro o piuttosto nightmare-pop, come essi stessi amano definirlo? Questi Esben si collocano precisamente al confine tra tipiche suggestioni dreamy, dall'incedere languido, colmo di escursioni oniriche, quasi sospese nel nulla (leggi Cocteau Twins) e divagazioni citazioniste radicate in luoghi ancestrali, tra mito e leggenda, che sembrano fatti della stessa materia degli incubi (leggi l'immancabile, quando si tratta di dark-pop al femminile, Siouxsie). Un sottobosco completato dalla freddezza quasi avvolgente di sonorità non troppo celatamente bjorkiane, e da quel fare sempre dimesso e cupo à-la Portishead, anche se, relativamente a entrambi i riferimenti, qui l'uso dell'elettronica è dosato al minimo.

Lugubri rintocchi, lontani e poi vicini, pulsazioni sempre più opprimenti, che sfociano in un caos squarciante e vorticoso, aprono l'iniziale "Argirya", per poi trastullarsi nel canto etereo e tormentato della Davies. Tensione allucinante che si quieta senza troppo tranquillizzare. L'epica cadenza dell'austera "Marching Song" è trepidazione ansiogena, dramma, pathos. Liquide note con chitarra à-la Red House Painters aprono la celestiale "Marine Fields Glow", mentre "Light Streams" è il pezzo più drammatico e teatrale del disco, con i suoi impetuosi andirivieni, le sue mutazioni inafferrabili, e quella voce spaventata, quasi da invocazione.
Le pulsazioni minimali tintinnanti tra riverberi sfuggenti e obliqui, come sinistre folate di vento, fanno assomigliare "Hexagons IV" a un oscuro rituale che si consuma lentamente fino a sublimarsi con insana e convulsa agitazione in "Chorea", prima di piombare nel baratro. La nebbia non accenna ad andarsene, e così anche "Warpath", con quel riff quasi regale, sembra sdoppiarsi magicamente, come aria evanescente. La destrutturazione prosegue in maniera ancora più violenta in "Eumenides", i cui pezzi si compongono e ricompongono come magma disorientante, tra salmodie quasi litaniche, glitch spiazzanti e travolgente chiusura electro. La desolazione di ciò che resta è raccontata con elegante mestizia nella conclusiva "Swans", sorta di epilogo in languida dissolvenza, tra redenzione e disperazione.

"Violet Cries" è un disco dal fascino quasi segreto, mitologico, ricco di atmosfere incantate e inquietudini remote ma sempre vive.


(01/02/2011)

  • Tracklist
  1. Argirya
  2. Marching Song
  3. Marine Fields Glow
  4. Light Streams
  5. Hexagons IV
  6. Chorea
  7. Warpath
  8. Battlecry-Mimicry
  9. Eumenides
  10. Swans
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