Feelies

Here Before

2011 (Bar None) | alt-rock, jangle-pop

Nel calderone dei ritorni dei mostri sacri della new wave (Devo, Bauhaus, OMD, e ultimo per cronologia quello dei Cars di Ocasek), il caso dei Feelies della pietra miliare "Crazy Rhythms" è uno dei più giustificati. Con una delle discografie più irregolari (e ingloriose) di sempre, appena quattro Lp in più di una decade, la band di Glenn Mercer - che nel frattempo ha anche pubblicato un disco solista intitolato "Wheels In Motion" (2007) - ha continuato ad estendere la sua influenza sul fenomeno nu-wave, ma anche su post-rock e emo-core.
Quando, nel 2008, la band si sente autorizzata a ripresentarsi sulle scene, nessuno si aspetta un nuovo disco (a differenza di quei ritorni che strombazzano promesse discografiche per poi incagliarsi in nuove pause). Invece, silenziosi e umili come sempre, i Feelies propongono "Here Before" dopo un biennio di concerti e partecipazioni a festival prestigiosi (e dopo le doverose ristampe dei primi due dischi).

Il suo contenuto è però spesso di una stanchezza soverchiante, zeppo di riff e refrain che a stento intratterrebbero chi non ha mai conosciuto i loro classici, da "Good Earth" a "Only Life". A tratti si riconoscono i punti salienti del loro verace specifico musicale, soprattutto le maree di squilli ipnotici di chitarre, ma mancano le armonie vocali alienate, i frenetici tribalismi multi-percussivi, il subliminale caleidoscopio di stili, talvolta soppiantato da un cristallino revival jangle-pop degli anni 60 ("Nobody Knows" e la pienamente Byrds-iana "Change Your Mind").

Se il canto è talvolta comodo, senile e fiacco, e a stento emerge nella festa di toni chitarristici che ancora imperversa imperterrita, l'antico e glorioso contrasto tra frenesia scampanellante e estasi alienata Lou Reed-iana segna un ritorno al vero sound originario in "Again Today" e nel raga di "On and On". I fondali di violino elettrificato a cura della bassista Brenda Sauter si odono con conginizione di causa in "Way Down" e nelle prime ballate acustiche della loro carriera, il pensoso country della title track, e "So Far", più soffice alla "Love Is All Around" dei Troggs.

Non si può dire lo stesso per l'apporto del prodigioso batterista Stan Demeski, qui poco più che un turnista anche quando il gruppo alza il volume della distorsione nel quasi hard-rock di "Time Is Right" e nel quasi grunge due-accordi di "When You Know" (ma con momento strumentale affidato a elettronica e feedback che imitano il timbro dello zufolo). Alla fine la vince la personalità di gruppo, riflessiva con toni rinascimentali in "Morning Comes", umbratile e umorale in "Later On" e "Should Be Gone" (praticamente due scarti di "Only Life"), mentre la produzione qua e là cristallina si presta bene a esaltare serenate come "Bluer Skies", degna dei tardi Go-Betweens.

A vent'anni da "Time For A Witness" i Feelies sono una band ombra di se stessa, auto-esegetica, leggera e un tantino generica, assestata sul livello di band folk-rock competente ed erudita, con liriche posticce ma sorprendente nel ritmo instancabile della tracklist. Stanley Demeski, il demonio dei ritmi "compositi" del post-punk storico - furoreggiante quando i Vampire Weekend non erano ancora biologicamente nati - è forse la maggiore delusione.

(22/10/2013)

  • Tracklist
  1. Nobody Knows
  2. Should Be Gone
  3. Again Today
  4. When You Know
  5. Later On
  6. Way Down
  7. Morning Comes
  8. Change Your Mind
  9. Here Before
  10. Time Is Right
  11. Bluer Skies
  12. On And On
  13. So Far
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