Nel calderone dei ritorni dei mostri sacri della new wave (Devo, Bauhaus, OMD, e ultimo per cronologia quello dei Cars di Ocasek), il caso dei Feelies della pietra miliare “Crazy Rhythms” è uno dei più giustificati. Con una delle discografie più irregolari (e ingloriose) di sempre, appena quattro Lp in più di una decade, la band di Glenn Mercer - che nel frattempo ha anche pubblicato un disco solista intitolato “Wheels In Motion” - ha continuato a estendere la sua influenza sul fenomeno nu-wave, ma anche su post-rock e emo-core.
Quando, nel 2008, la band si sente autorizzata a ripresentarsi sulle scene, nessuno si aspetta un nuovo disco (a differenza di quei ritorni che strombazzano promesse discografiche per poi incagliarsi in nuove pause). Invece, silenziosi e umili come sempre, i Feelies propongono “Here Before” dopo un biennio di concerti e partecipazioni a festival prestigiosi (e dopo le doverose ristampe dei primi due dischi).
Il suo contenuto è però di una stanchezza soverchiante, zeppo di riff e ritornelli che a stento intratterrebbero chi non ha mai conosciuto i loro classici, da “Good Earth” a “Only Life”. C’è poco o niente del loro vero specifico musicale (nessuna armonia vocale alienata, nessun tribalismo creativo, nessuna marea di squilli ipnotici di chitarra), ormai soppiantato da un ammasso di vecchiume southern melodico. Il canto è stanco e ammuffito, le canzoni raramente si distinguono una dall’altra. Il violino della bassista Brenda Sauter (uno dei loro colpi di genio) è tragicamente assente.
Fanno eccezione solo “When You Know”, con qualche ipercinesi e ancora giocata sull’antico contrasto tra frenesia scampanellante e estasi alienata Lou Reed-iana (e in parte anche “Bluer Skies”), e il veloce raga call and response di “Later On” (con sonagliere). La produzione qua e là cristallina si presta piuttosto a esaltare serenate come “On And On”, degna dei tardi Go-Betweens.
A vent’anni da “Time For A Witness”, i Feelies sono una band ombra di se stessa, leggera e generica, con liriche appiccicate con lo sputo che stonerebbero anche nelle hit parade. Stanley Demeski, il demonio dei ritmi “compositi” del post-punk storico - furoreggiante quando i Vampire Weekend non erano ancora biologicamente nati - è forse la maggiore delusione.
(30/05/2011)


