Compositore, dj, scrittore per la radio, Felix Kubin esplora le possibilità artistiche della musica tra Est e Ovest, mantenendosi dentro una bolla estetica sospesa al culmine della Guerra Fredda. Il futuro per l'artista di Amburgo -città vicina al confine con l'allora DDR- è un immaginario dominato dall'ideologia, dalla tecnologia, dagli stereotipi dell'Unione Sovietica. Da origine sin dalla fine degli anni '90 ad un malato stile alla deriva fra space-pop, colonne sonore sperimentali, ed un gusto estremamente dadaista, che non sconfina in un semplice nosense rumoristico.
Abbiamo così di fronte una discografica eterogenea e difficilmente riassumibile che serpeggia dai primi esempi di composizione elettronica con "Filmmusik" (1998, Gagarin records), al soul-impro di "Tesla's Aquarium" (collaborazione con Pia Burnette su Storage records. 2000) fino a "Matki Wandalki"(2004, A-Musik) con il suo climax sintetico fra 8bit, synth pop, radio schetch, noise e cut up industriale (la febbrile "Hit me provider" riassume bene il carattere integrale del disco). Questo, solo per disegnare un primo profilo dell'artista tedesco, che ha continuato a incrementare la sua ormai sterminata discografia non disdegnando incursioni e progetti nel teatro e la radio come recentemente al The New Museum a New York o nello show di VeronicaVasicka (fondatrice della Minimal Wave Records e direttrice di un programma musicale per East Village Radio).
Questa breve introduzione, oltre a rendere giustizia ad una figura tra le più interessanti ed originali del panorama europeo underground, è servita a identificare una personalità che negli ultimi episodi artistici si è ulteriormente arricchita e si è posta obiettivi di maggiore complessità come il qui presente "Echohaus".
Al contrario delle opere che hanno caratterizzato in larga parte lo stile di Felix Kubin, volto alla mutazione e al melting pot dei generi musicali all'interno di una ricerca continua e contaminante, qui abbiamo di fronte un preciso e organico linguaggio: la musica contemporanea di Ligeti e quella orchestrale di Bernard Herrmann .
Avvalendosi dell'orchestra Ensemble Integrales (già in precedenza collaboratrice del nostro, e specializzata nei repertori di Cage, Ligeti, Stockhausen etc), Kubin da vita ad un disco suddiviso solo formalmente in canzoni. In realtà questo rappresenta un flusso unico creativo derivato da semplici linee guida, disegni, date ad ogni singolo componente dell'orchestra prima dell'avvio delle registrazioni. Ogni musicista avrebbe poi suonato da solo, all'interno di stanze separate, in maniera indipendente, senza poter sentirsi a vicenda. Quello che abbiamo occasione di ascoltare è semplicemente la prima take, senza alcun lavoro successivo di mixaggio e di overdub.
Il risultato evidente è un corpo unico che si muove all'interno della tradizione della musica concreta, con l'obiettivo di portare nuova linfa vitale e credito ad una forma creativa che ormai viene più studiata che portata avanti a livello di ricerca. Se lo sperimentalismo del metodo naif con cui Kubin a gestito la produzione ci può far dubitare della struttura e della base concettuale dell'opera, questo viene facilmente messo in secondo piano, grazie ad un risultato che tiene appeso dall'inizio alla fine il cervello dell'ascoltatore.
25/10/2011