Harold Budd

In The Mist

2011 (Darla) | ambient

"Were I called on to define, very briefly, the term of art, I should call it "the Reproduction of what the senses perceive in nature through the veil of the mist."

Edgar Allan Poe


E' un vuoto sbiadito, una fibra livida e madida quella che filtra le sonorità di quest'ultimo album di Harold Budd, compositore e musicista che (credo) non necessiti di alcuna presentazione.
"In The Mist" racchiude in sé una triade che definirei concepita su criteri più metodici che sostanziali: parliamo di tre insiemi che, seppur perfettamente dialoganti, differiscono l'uno dall'altro solamente per l'eclettica varietà di strumentazioni, per la singolarità nell'artificio, ma che fondamentalmente sono attraversati dal medesimo, amatissimo afflato archetipale, tipico di Budd, straordinariamente capace di far innamorare l'ascoltatore a prescindere da ogni sorta di maniera.

La sensazione di vuoto di cui sopra altro non è che un'impressione superficiale: risulta palese un ritorno a quel minimalismo che stava alla base della formazione dell'artista in questione, ma tale aspetto, tanto lampante quanto trascurabile, può tuttavia costituire l'irreparabile anomalia del disco, che effettivamente manca di quegli splendidi ghirigori che avevano reso memorabile il suo ultimo lavoro solista, "Avalon Sutra".
Detto ciò, tutto si riduce ad una questione di gusti, ma si badi a non associare a questa essenzialità un qualche genere di freddezza o di distacco, perché non è così: l'album è obiettivamente bello, vissuto e partecipe, ispirato persino nella sua ripetitività, armoniosa, semplicemente buddiana.

The Whispers

Suoni nudi. Pochissime note si susseguono delicate in intervalli di falsi silenzi, ondeggiando su un infinito riverbero che protrae il soffio del piano in una pallida illusione di struttura. Pare improvvisazione con quei lievi cambi di registro, per poi subito ritornare ai tasti d'apertura; ma "Haru Spring" è pura meditazione, magistrale, luminosa. Budd bisbiglia all'orecchio e stende il suo velo sedante con suoni sublimi: le setose "The Whispers" e "The Startled" danzano su fraseggi composti, con un suono sempre trattato e arricchito da sinistri sfasamenti di tonalità che rendono la musica simile a un flebile vento, mutevole, inafferrabile.
La dolce vena malinconica rievoca le arie di Serpent in Quicksilver, sfiorando persino i volti più ombrosi di Lovely Thunder con la spirale monotona e distorta di "The Foundry", brano dall'incedere ipnotico, spezzato solo da puntuali sprazzi di rarefazione sonora, tanto vaporosa quanto alienante. "The Art Of Mirrors" si carica, invece, di vibrati e risonanze, elementi che farciscono uno schema deliziosamente ridondante in cui le parentesi mute raccolgono gli eleganti strascichi di quei suoni mai consumati, che rimangono così, abbozzati, in sospeso.

The Gunfighters

"Three Fingered Jack" si concede, invece, pavidi accenni di melodia, dispiegandosi in giramenti sensuali che vengono puntualmente accompagnati alle voci contrastanti delle ottave più basse, nel probabile intento di appesantire un'atmosfera sì effimera, ma indubbiamente ammaliante. A seguire, suona il pezzo che è al contempo cardine e punto più debole della seconda parte: "Greek George", con quei fastidiosi sonagli di sottofondo, si perde in echeggiamenti striduli, vecchiume composto in modo dispersivo e senza la capacità di comunicare qualche cosa.
Come se non bastasse, "Black Heart" fa sperare solo che questa fase "anticonformista" si chiuda al più presto: a un boato atonale si sovrappone quello che è forse l'unico esperimento glitch nella discografia di Budd, ma che, ahimè, non riesce a non apparire amatoriale e datato. Il pezzo si risolleva un po' grazie alle lascive note di piano, purtroppo anch'esse presenti in misura abbastanza forzata.

Non fraintendete: ben venga l'elettronica d'avanguardia, ma in questo caso, così piatta e approssimativa, a stento si nasconde dietro ai postulati del progetto minimalista, che invece troverebbe esiti ben più esaltanti se ad intervenire fossero mani più esperte (vedasi la liaison Sakamoto/Fennesz).
In conclusione, gli spari sono andati a vuoto, ma non me la sento di definirmi deluso. Rimane la trepidazione per una svolta, e se non fosse, sarebbe sufficiente una riconciliazione, una virata all'origine dell'espressione.

Shadows

E così è. Inizia una suite di cinque brevi tracce, interamente suonate da quartetto d'archi. Il suono autunnale, così maestoso e carico di tensione, si trascina in transizioni fruscianti, gravi, tutte legate da un sottile riverbero e da un particolarissimo effetto risonante. Sembra che il dico scorra sotto la punta di un grammofono. Sembra che la musica emetta calore, come se fossimo avvolti dal rimbombo all'interno del legno armonico. In un crescendo di lirismo, la singhiozzante "Back To Me In Dreams" scivola in improvvisi tuffi di silenzio, fino ad una ripresa che toglie il fiato, protratta in un sibilo soffocato.
Tutti gli acumi e gli attacchi spigolosi sembrano essere stati smussati in favore di una densità concentrata a brani, come in "Parallel Night", che intona rintocchi sempre più mutili e disperati, anelando impercettibilmente a poderosi acuti, fuori dalle fugaci toccate, esuli nel succedersi delle battute.

I minuti si accorciano inversamente alla dolce accidia che suscita "Sun At 6 Windows", una coda di sussulti di violino e macabri echi di violoncello, a fine battuta, come se esalassero  il loro ultimo respiro.
Ma è infine "The Panther Of Small Favors" a perdere gran parte delle interruzioni sistematiche e ad articolarsi in fraseggi più audaci e complessi, con una commovente e flessuosa ascesa verso la metà del brano, intenso e drammatico, chiaro preludio di una conclusione che sarà, a mio avviso, particolarmente acerba.

"Mars And The Artist" segna, infatti, un finale aperto, ambiguo per quei due affondi che si ripetono con poche eccezioni, quasi sempre per indulgere in toni subdoli. Queste note aleggiano davvero come ombre in una marcia funebre, il passo lento e la vista sfocata dalle lacrime. Noi che ascoltiamo difficilmente saremo colti dal pianto, ma comprenderemo chiaramente che la bellezza di questo suono non scaturisce da un sentimento terso, facile, ma da qualcosa di più sottile, decadente, fuggevole, velato.  E' stordimento, dissoluzione, metafisica.

Il sogno è finito.

(08/11/2011)

  • Tracklist
The Whispers

1. Haru Spring
2. The Whispers
3. The Startled
4. The Foundry (For Mika Vainio)
5. The Art of Mirrors (After Derek Jarman)

Gunfighters


6. Three-Fingered Jack
7. Greek George
8. Black Bart

Shadows

9.   Come Back To Me In Dreams
10. Parallel Night
11. Sun At 6 Windows
12. The Panther of Small Favors
13. Mars and the Artist (After Cy Twombly)
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